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Draghi di stucco

Valerio - Studio e Formazione

E’ notte, rido, sono inquieto, sono risate da esaurito. Troppe ore con il mouse in mano e gli occhi nello schermo. Questa full-immersion di montaggio m’ingarbuglia il cervello, c’è una faccia nel monitor che c’ha una voce che non mi piace per niente. E allora alla voce gli ci metto un effetto da ippopotamo nell’oltretomba. Ho fretta, vedo la fine e cerco di fare alla svelta, tempo per pensarci non ce n’è più.

In questi mesi sto seguendo un master in multimedia content design. Perché c’era la possibilità di usare una borsa di studio della Regione Toscana, Progetto Giovanisì. E io la usai.

E’ un percorso di alta formazione post-laurea, organizzato dall’Università degli Studi di Firenze in collaborazione con la RAI. 12 mesi in totale, 4 mesi di stage, frequenza obbligatoria, insomma, roba seria, un corso vero, con voucher.

“Voucher” – ma che parola è? Non ce n’era una in italiano per rendere l’idea?

Il corso è interessante e mi sta piacendo, però è impegnativo, è come averci un altro lavoro, il tempo libero te lo scordi. Ora siamo entrati nella fase creativa, va meglio, sono più sereno, stamani mi sono svegliato ottimista, anche se potrebbe essere solo una sensazione di sollievo per il pericolo scampato.

C’è da fare un breve video, due o tre minuti, una prova individuale da presentare agli insegnanti e agli altri ragazzi. M’è venuto naturale di raccontare qualcosa sul treno. Perché fra le altre cose, in questi mesi, sono diventato un pendolare. Pisa-Firenze / Firenze-Pisa.

Stanotte potrebbe essere la penultima notte di montaggio, domani notte voglio finire, credevo di fare veloce, e invece questi due minuti m’hanno rubato troppo tempo, troppo cervello. Il mio video è quasi pronto e l’ho già visto troppe volte, non so più cosa pensare, vedremo l’effetto che fa, sono fiducioso, sensazioni me n’ha date abbastanza. Mi rintano nell’effetto sorpresa.

Sono diventato un pendolare e questa pendolaraggine mi dà da pensare. Penso al mio video e divento un cacciatore, un serial killer, un serial killer innocuo che non ammazza, uno che si ferma all’individuazione della vittima, allo studio analitico dei minimi segnali. Ogni volta che salgo sul treno, alle sette della sera, sono stanco morto, e allora, per svagarmi la testa, divento un serial killer, così muore qualcun altro. Mi assento nel tun-tun del treno e nella mia testa inizia a comandare un altro. Comanda il serial killer, nascosto da qualche parte dentro di me. E’ un gioco scemo, ma mi ci sono fissato, entro in questo film che non c’è. Un thriller psicologico, di quelli che si vede solo la prima coltellata e gli schizzi di sangue sull’ottica della cinepresa. Una marea di primi piani nel treno, intanto due note di pianoforte sfasato e il treno che va col suo rumore. Faccio lo scemo, e a fare seriamente gli scemi, si fanno brutti incontri.

Sono curioso, mi piacciono i film quelli che mi prendono così tanto che provo a pensare come l’hanno pensato, come l’hanno fatto. E dopo otto ore di corso, non c’è niente di meglio che diventare agenti segreti che non ne vogliono sapere di farsi i cazzi propri.

La sera, sul treno, le facce sono quelle, e io ne voglio sapere di più sul loro conto.

Che lavoro fai? C’hai l’amante? Sei etero, lesbica, bisessuale, fai sesso di gruppo?

Non che poi me ne freghi qualcosa per davvero, ho solo da far passare un’ora di treno e la testa quando è stanca fa un po’ da sé. Già che c’ero, ho provato a sfruttare questa piccola follia per i miei due minuti di video, se facevo una cosa normale, un video serio tipo documentario, mi veniva una merda, lo so, ho già provato. Io devo svagellare.

Sera dopo sera, ho individuato la mia preda, Loredana Carlizzi. L’avevo capito che era una donna dirigente, poi, quando ho scoperto che lavoro fa, mi sono convinto. Discorsi infiniti su strategie di comunicazione, marketing, messaggistica istantanea non verbale. Una pubblicitaria d’alto rango. Che tra le altre cose è anche un discreto pezzo di fica. Sul treno non fa altro che parlare al telefono, tante parole in inglese, ormai la riconosco dalle voce, inizio a familiarizzare anche con l’odore. Questa al mese quanto prende? Vuoi che non prenda tremila euro? Secondo me prende anche di più.

E se invece fosse una pazza psichiatrica che fa questa scena da anni?

Io indago, cerco vittime del mio livello sociopatico. Voglio scoprire dettagli indecenti nelle vite di quelli che condividono il mio treno, il mio vagone, il mio scompartimento, il mio sedile.

Sette e mezzo della sera, sono sul regionale Firenze-Pisa, e mentre penso a come si addormenta un serial killer, nel display mi scorrono idee per un mini-documentario semiserio sul pendolarismo. Quasi assopito ripasso il motivetto musicale che ho in testa, provo a pensarlo come colonna sonora. Una voce vera m’interrompe. Una voce pericolosa. Chi ti trovo, chi ti entra nella storia senza che io gliel’avessi minimamente chiesto?

Il Calibro. La voce rauca del Calibro.

Il Calibro, un tipo di due tre anni più vecchio di me, roba di quando avevo sedici o diciassette anni. Il periodo delle burrasche. Al Calibro lo chiamavano così perché le storie le faceva precise. Qualcuno storpiava il soprannome in calibroleso, o calabrone. Perché il Calibro era uno di quelli che faceva cose che non passavano inosservate. Credo non abbia mai smesso. Era opinione comune che col Calibro fosse bene scherzarci poco. Lo conosco da sempre, stesso quartiere, cresciuti insieme, viene da una famiglia disastrata, un border-line con manie di dominio, il classico tipo che le deve fare grosse per sentirsi apposto.

Il Calibro si ricorda il mio cognome, mi chiede cosa faccio, gli chiedo cosa fa.

-Io sono come il contrario di un vandalo- mi dice -devo recuperare un po’ di cose brutte che ho fatto- Mi fissa, mi sorride, ribadisce il mio cognome al rallentatore. Mi sento in trappola. Ma non prendo le distanze, gli do spago. E sbaglio.

Ha fatto il muratore un po’ di anni, ora, più che altro, restaura. Mi racconta che sta restaurando una sperduta chiesetta di campagna e che c’è una ragazza bellissima che gli ha fatto un incantesimo. Una che gli ha fatto un incantesimo, una fattura, cazzate di magia e elisir di questa fava.

Lui parlava, io lo guardavo e probabilmente il Calibro pensava che avessi interesse per quello che stava dicendo. Io pensavo solo di essere in una scena di cinema. La sua testa quadrata e i suoi discorsi stupidissimi. M’è sembrata una cosa esaltante, il colpaccio perfetto, il pazzo vero di cui avevo bisogno, la storia latita e la realtà irrompe: avevo il Calibro, la cosa più vicina ad un serial killer che ho mai conosciuto. In quel momento mi sono ripetuto per la milionesima volta che ci vuole passione, curiosità, essere pronti a infilarsi in storie anche pericolose, che se uno ci sente qualcosa di forte, una storia che in un video può essere forte, uno ci si butta, e così mi ritrovo alle tre di notte, a guardare le stelle, in una chiesetta senza tetto, in una zona collinare probabilmente graziosa, da qualche parte tra Pistoia e Vaiano. Non ci saprei tornare, e in ogni caso non ci torno. M’hanno bendato per andarci. Ho pensato anche che fosse tutto un tranello per sodomizzarmi, che fossi finito in uno squallido giro di messe sataniche a sfondo sessuale. La strada era piena di buche.

Avevo fatto un patto col Calibro. Uno scambio di favori con la persona sbagliata. Il patto era questo: il Calibro recitava nel mio video e io andavo a riprendere la sua chiesetta sperduta, con la sua fata del cuore che cantava col suo gruppo. Ho provato a chiedergli di più, se c’era la luce, se si poteva sentire il pezzo in questione, ma niente, non si poteva sapere nulla. Mi sapeva tutto di pacco. E infatti pacco era. Non c’era luce, non si vedeva niente, la tipa non c’era, il gruppo nemmeno. E uno di questi scemi che mi dice che è solo un sopralluogo.

Alle sei di mattina ero a casa, quasi tranquillo. In via di ripresa psicologica. Pativo un po’ la colpa del mio errore, gravissimo errore da scemo ingenuo che non sono altro.

Il Calibro non l’ho più visto. Credo normalmente non usi il treno. Ogni volta che mi suona il telefono temo sia lui, e quando monto sul treno, mi guardo intorno, non sono più un serial killer, sono l’uomo invisibile. Sempre cinema è.

Ho iniziato a montare il video. Ho pensato a una cosa seriale. I Pazzi sul Treno. Personaggi particolari incontrati sul treno, un mini-documentario su sette pazzi che prendono sempre lo stesso treno, e finiscono per conoscersi senza mai salutarsi, una conoscenza a pelle, un po’ come le creature degli abissi. La prima puntata è quasi pronta. Penso possa andare. Il protagonista è un pazzo vero, dà quasi noia da quanto è convinto. Il Calibro, uno spiacevole ritorno. Sarei curioso di sapere se sta restaurando per davvero quella chiesetta sperduta di campagna, non ho guardato tanto bene, né ascoltato i loro discorsi, non ero in quello stato d’animo di quando ci piace stare bene nella natura campagnola. Ora che è finito tutto bene, mi ci viene da ridere, però, se incontro il Calibro, cerco di non farmi vedere, di cambiare strada. Domani cambio numero di telefono. Mentre lo riprendevo, in treno, mi veniva da pigliarlo in giro, come ai vecchi tempi, ma mi fermavo in tempo, quando m’ha detto che faceva il restauratore a Firenze, stavo per chiedergli se lavorava all’oppificio delle teste dure. Non lo trovavo credibile, non so quanto per un pregiudizio maturato molti anni fa. Mi faceva tristezza. E comunque era messo male, come sempre.

Ho montato i due minuti. Titoli ok, musica bomba. Ho finito. E’ tutto un primo piano del Calibro che parla in treno. Dice delle cose inconsistenti, roba con i draghi di stucco, che li vorrei vedere questi draghi di stucco, nel caso non fossero solo un frutto marcio della sua mente malata. In post-produzione ho usato effetti video pacchiani e pesantissimi. L’ho scontornato pesantemente, roba da alieni falliti, gli ho fatto una color correction esagerata, roba che sembra un teschio radioattivo. E quando parla, emette bagliori termici. L’ho trattato male, ma chi vuoi che lo veda questo video. Con le cose che dice, un trattamento delle immagini del genere, ci può stare. Ora vediamo che mi dicono. Su youtube però questo video non ce lo metto, non si sa mai. Domani lo faccio vedere al corso, e metti che piace, che va tutto liscio, io domani sera, sul regionale Firenze-Pisa delle ore 19, mi presento a Loredana Carlizzi. Vediamo se accetta di diventare protagonista della puntata numero due. I Pazzi sul Treno, si chiama così questa cosa, potevo far di meglio, ma non c’è più tempo per cambiare titolo

 

Guarda il video ‘motion graphic’ sul progetto Giovanisì realizzato da Valerio insieme ad altri compagni di studi.
Il video è stato sviluppato durante il master in “Multimedia content design” dell’Università di Firenze e RAI che Valerio ha frequentato grazie al voucher alta formazione di Giovanisì.

 

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