Valentina / #tirocini

Nessuno salva nessuno

Valentina - Tirocini

…ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote…
Cantico della Beata Vergine (Magnificat) Luca 1, 53

 

Livorno, Febbraio 2012

Sono le tre di notte, non c’è vento e dormire è impossibile. Per la strada c’è la neve e nel cielo un po’ di luna che appare e scompare, il termometro esterno segna tre gradi sotto lo zero. La strada sembra incantata, forse perché quello che non vuole finire è un lunedì che sarà difficile dimenticare. Un lunedì nell’emergenza freddo. La neve a Livorno è una rarità, e quando arriva quasi sempre resiste per poco. Dice il meteo che per qualche giorno la morsa del gelo non si allenterà.

Valentina svolge da un mese un tirocinio formativo in una struttura d’accoglienza polifunzionale – il Porto di Fraternità – gestito dalla Caritas. Non segue un unico progetto, anche se il suo impegno principale è quello al Centro d’Ascolto per famiglie in difficoltà. Il tirocinio dura sei mesi e la copertura economica è garantita dal Progetto Giovanisì della Regione Toscana.

Tre e dieci della notte.
Valentina si alza dal letto, va in cucina e mette l’acqua sul fuoco per una tisana al tiglio, alla ricerca di un po’ di lentezza, ma i pensieri vanno a mille e tornano lì, dove lavora, a un quarto d’ora da casa. Lì dove sente di aver trovato una profondità umana che aveva solo intravisto durante il suo Progetto Erasmus in Spagna, o nella vita collettiva con un gruppo di ragazzi in un casolare della campagna senese. Le facce che girano nell’oblò della lavatrice sono piene di dettagli, di cicatrici, di storie.

Ricorderà questo giorno come quel lunedì quando l’emergenza freddo trasformò la sala mensa del Porto di Fraternità in un dormitorio improvvisato.

Il responsabile del Porto di Fraternità era fuori città, bloccato dalla neve. A Livorno il dormitorio comunale garantisce 15 posti letto per notte, in questi giorni c’è un altro spazio adibito a dormitorio per i senzacasa, ma è un po’ lontano e sconosciuto, in molti non si fidano o preferiscono rimanere in situazioni che frequentano quotidianamente. Gli operatori e i volontari del Centro Caritas hanno deciso, insieme, che per questa notte le persone senza fissa dimora presenti avrebbero dormito lì, nella sala mensa. Brande, materassini e anche coperte sui tavoli. Non perché qualcuno salva qualcun altro, è solo troppo freddo per dormire all’addiaccio.

Simon, un ragazzo ungherese con i tratti gentili e gli occhi celesti, s’è avvicinato a Valentina durante i lunghi minuti dell’incertezza e delle telefonate infinite, con un tono di voce delicato le ha chiesto una cosa.

«Posso avere piccolo asciugamano?».
Valentina glielo ha portato, pensando che volesse asciugare il suo piccolo cane. Simon è andato in bagno e si è lavato i piedi nel lavandino, con una notevole capacità di equilibrismo elastico. Poi ha strusciato il lavandino col sapone, l’ha sciac- quato, l’ha annusato, poteva andare. Ha asciugato il pavimento con lo straccio. È tornato in sala mensa e il suo cane era lì che lo aspettava, attento e silenzioso. I cani non potrebbero entrare, ma nei giorni speciali qualcosa sfugge alle regole, e poi è un cane piccolo, forse Simon l’aveva nascosto nello zaino, o sotto il giaccone consumato che lo protegge dal freddo.

Le tre e venticinque della notte. Quattro gradi sotto lo zero. L’effetto della tisana al tiglio è quello di un caffè concentrato. Una tremarella con qualcosa di buono dentro. Valentina è una ragazza che il caffè non lo beve mai, figuriamoci ora che di agitazione ne sente già abbastanza, dentro e intorno a lei. Prova a metter un po’ di ordine nei pensieri, ripercorre la giornata a mente, fosse mai che le riuscisse addormentarsi.

Di mattina presto è andata alla Casa dei Detenuti in permesso. Era la prima volta che ci andava. Un normale controllo. La responsabile della casa dei detenuti l’aveva assicurata che quello in questione non era uno che le avrebbe dato problemi.

È un tipo tranquillo. Gli manca un anno. Ne ha già fatti quattordici per spaccio internazionale. Aveva ingoiato un po’ d’ovuli di cocaina. L’hanno beccato all’aeroporto, processato per direttissima. Ha quasi 60 anni, non scapperebbe neanche morto.

Ecco, ci siamo, respiro profondo e nervi saldi. C’è sempre una prima volta. Le emozioni forti diventeranno abitudine.
Le chiavi girano: «Buongiorno Rodrigo».
Nessuna risposta. Valentina entra nel soggiorno. Nessuna traccia di Rodrigo, il colombiano in permesso. In casa tutto in ordine, ma non c’è nessuno, nessuno in bagno, nell’armadio, sotto il letto.
Solo una frase scritta col dito sulla finestra appannata.
Gracias a la vida.

Valentina chiama la questura e comunica l’evasione del detenuto. Nemmeno un minuto e il telefono squilla nella borsa, qualcuno chiama dal Porto di Fraternità, c’è un problema: Maik, un giovane albanese gracile e con qualche ritardo cognitivo, è sdraiato in terra, in preda ad un’altra delle sue crisi che non si sa cosa sono. Maik vuole parlare con Valentina, oppure vuole andarsene con l’ambulanza. Al pronto soccorso l’hanno visto arrivare diverse volte e l’hanno ribattezzato Hollywood. Valentina si mette in cammino, in città la neve scende fitta e strappa più di un sorriso fra la gente, di notte la temperatura andrà ancora sottozero, croste di ghiaccio si salderanno sulle strade, la popolazione sorridente sarà al sicuro, sotto le coperte, dentro a case riscaldate.
Che bello, casca la neve, sembra di stare in una favola.

E pensare che solo qualche mese fa Valentina era tornata a Livorno col morale afflosciato. Era un periodo scialbo, una sensazione di freno a mano sempre tirato, poche prospettive e un po’ di vuoto in agguato. Così, senza un’idea precisa di futuro, ma stanca di non dare un senso alle giornate, ha scelto un tirocinio formativo al Porto di Fraternità. Solo per sei mesi, una cosa seria, ma temporanea. In pochi giorni la parola strada è entrata nella sua vita con un significato nuovo che non aveva prima. Il custode della struttura dove è impegnata ha vissuto 13 anni in strada, prima aveva lavorato come panettiere in Germania, come magazziniere, come operaio metalmeccanico a Torino-Mirafiori, contratto di formazione, poi cassa integrazione e poi fine, stop, a casa, ma quale casa se non ci sono soldi per l’affitto? E allora niente casa, niente famiglia, ci rimane solo lei: la strada. La Strada: quando non fa troppo freddo è dura ma ci si può fare, quando la temperatura scende sotto lo zero, come in queste notti, si rischia la pelle e non è un modo di dire. Chissà se questa è la prima neve nella vita di Abdul, che viene dal Ciad. Nel suo paese c’è la guerra, ha visto morire i suoi cari, ha attraversato il deserto del Sahara e poi, in Libia, è salito, a prezzo carissimo, su una di quelle barche scassate che tutti abbiamo visto in qualche telegiornale. Ora Abdul fa l’aiuto-cuoco alla mensa della Caritas a Livorno.

Le sette del mattino.
Valentina si sveglia prima che la sveglia suoni. Ha dormito tre ore. È ancora presto e lo scooter con questo tempo può rimanere a casa. Non le dispiace l’idea di camminare con un po’ di buona musica nelle orecchie. Vestiti adeguati, colazione tattica e uscire. La città si sveglia ancora imbiancata, Valentina s’è messa due paia di calze ai piedi e sente soddisfatta il gelo che rimane fuori dalle scarpe. La neve che scricchiola. C’è come un silenzio sospeso sul porto. Forse è la rarefatta lucentezza di questo celebre pezzo dei Pink Floyd che fa sembrare tutto splendente e in pace. Poche auto che passano, il mezzo che sparge il sale borbotta in sottofondo, una donna sul motorino sbanda sul ghiaccio e non cade. Albeggia e la neve ricomincia a cadere. Il Porto di Fraternità è vicino. I Pink Floyd hanno smesso di suonare, ma i diamanti scintillano ancora dappertutto. Fra poco si riparte. La neve sulle barche fa uno strano effetto. Valentina cammina sul molo e le pare di sentire una canzone che viene dal mercantile che sta prendendo il largo.
Gracias a la vida, que me ha dado tanto.

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