I ricordi non si fermano mai

Sara - Studio e Formazione

Londra fine agosto 2012

A Londra c’è il sole anche oggi, è passato un mese in tre ore e l’inglese giuridico è una materia seria e impegnativa. Molto più creativa di quanto si possa credere. Sara ha scelto di impiegare la borsa Giovanisì della Regione Toscana in un mese full immersion alla Cambridge Academy of English. È soddisfatta della scelta, in un periodo di allegro cambiamento un po’ di professionalizzazione internazionale ci stava proprio bene. Inglese giuridico. Approfondire, sviscerare, curiosare con attenzione, non tanto per passare il tempo. Non tanto per. Finito il corso ha passato tre giorni a Londra. Ora è sul bus che la porta all’aeroporto di Stansted. Ha ancora negli occhi le lacrime della famiglia che l’ha ospitata per un mese, ridevano di lei quando metteva lo zucchero nel tè e decoravano la stanza del figlio con il logo del The Cavern, storico locale di Liverpool dove i Beatles mossero i primi passi di una scalata cosmica. Per salutare Sara hanno cantato una canzone. You say stop and I say go go, oh no. You say goodbye and I say hello… E le lacrime hanno fatto il resto.

L’aeroporto di Stansted è un mondo di luci troppo forti, poca intimità. Sara si sente persa in un labirinto di sensazioni difficili da catalogare. Si guarda un po’ in giro, cerca un posto tranquillo per mangiarsi la sua fetta di torta alle carote. La cucina inglese è un libro di cinque pagine, ma per la pasticceria il discorso cambia. Si sta per sedere e viene sorpresa da un istintivo «Non ci posso credere!»,  che rimane ai blocchi di partenza, sostituito al volo da un «Guarda chi si vede!».

Giovanni, un amico, lucchese, come lei. Giovanni la prende larga, avanza come un granchio, tipo De Niro in Taxi Driver, saltella come il pirata dei Caraibi, procede a semicerchi, un compasso salterino. È lui, è lui. Erano un po’ di anni che Sara non lo vedeva. Ma guarda un po’ te i casi della vita, i casi BELLI della vita.

Prenderanno lo stesso aeroplano. Il viaggio andrà meglio.

«E che ci fai a Londra?».
«Sono stata un mese a Cambridge. A studiare inglese giuridico».
«A studiare?».
«Avevo una borsa della Regione, Progetto Giovanisì, però il Master l’avevo già fatto. E invece di fare una cosa tanto per, abbiamo pensato una storia seria. Sto lavorando in uno studio legale, e l’inglese giuridico è uno strumento di cui ho bisogno».
«Sara, cosa vuoi fare da grande?».
«Un’idea ce l’ho, ma te lo dico un’altra volta. Sai che quando siamo andati in una corte di giustizia inglese, e mi sono provata la parrucca, stavo per scoppiare a ridere? Sono parrucche che costano moltissimo, le fanno con i crini del cavallo. E tu, Giovanni, cosa hai fatto a Londra?».

Tutto sta scorrendo bene, aver trovato un amico, a cui raccontare qualcosa di un mese così intenso, rende il ritorno spensierato e allontana quella dose di malinconia che si raggruma nei pensieri quando un’avventura finisce. Sara dice che la curiosità e lo studio la faranno viaggiare, prova a esorcizzare la sua paura di volare. E se quella paura fosse sparita in quest’agosto mentre non ci pensava più?

L’aereo inizia a muoversi e Sara racconta dei suoi giri in Inghilterra nei fine-settimana. Il decollo non le dà i problemi dell’andata. Poi però il cielo diventa tutto nero, fa delle bolle che sembrano quelle del carbone dolce che si regala ai bambini vivaci quando viene la befana. Sara, intanto, continua a raccontare -ci si affaccia su mondi nuovi, mi sono messa a fare anche altro, non vedo l’ora di riprendere il corso di teatro. Adesso stiamo lavorando su Alice nel Paese delle Meraviglie.

L’aereo inizia a vibrare, Sara prova a non essere d’accordo. Un paio di boati e la paura di volare si compatta tutta insieme. Non riesce più a dire nulla.
«Tutto bene?»,  fa Giovanni.

Tutto il dolore che sta nei suoi ricordi si muove verso il basso e Sara sente che ora le sue gambe s’allungano, come fossero di gomma, strisciano fino alla cabina di pilotaggio, sbattono sul parabrezza dell’aereo e chiedono aiuto, colpi secchi e ripetuti come grandine di quella grossa, non ci sarà più nulla, nemmeno la faccia di quella donna coi capelli rossi che a Stonehenge evocava spiriti, aveva un bastone decorato con una testa di caprone, divinità pagana di qualche epoca lontana.

Giovanni inizia a preoccuparsi, la maschera di simpatia obbligatoria lascia spazio ad un volto di sofferta sensibilità, per non sprofondare nella paura più cupa si preoccupa più per Sara che per sé.

«Dai Sara, raccontami di Cambridge».
«Ho studiato tanto, ho vissuto il giorno, la sera ho fatto poco, il corso era un full immersion e gli insegnanti erano molto esigenti, era quello che cercavo, non son venuta in Inghilterra per fare vita notturna, nulla in contrario, ci mancherebbe, lo sai che mi piace divertirmi. Sono stata solamente ad un concerto di jazz e ad uno di indie-rock».

Traballa tutto, come un prolungato terremoto in cielo. Sara resiste, e continua.

«Ho fatto tante foto, ho guardato, ascoltato, ora con l’inglese mi sento più sicura».
Sara si alza per prendere la borsa, dentro c’è la macchina fotografica, ma non fa in tempo a prenderla che sboing: un altro vuoto d’aria le muove qualcosa nello stomaco e la rimette a sedere, qualcuno urla, qualcuno piange, la cosa si fa seria anche per quelli che la paura di volare non ce l’hanno mai avuta, dalla regia non dicono nulla, muti in un silenzio che a tratti gracchia, verrà annunciato un impossibile atterraggio morbido sul sottostante campo di cavoletti di Bruxelles? Niente, non dicono nulla, nemmeno di non gridare o di rimanere calmi.

«Come li affronti i tuoi momenti di panico?».
«Sto provando a fare yoga da ferma- dice Sara e Giovanni la guarda stranito».
«Scherzo, sto solo provando a rilassarmi, a concentrarmi sui ricordi, ma sono troppo veloci, corrono da tutte le parti. I ricordi non si fermano mai. Lo faccio ogni mattina, yoga, con l’Ave Maria di Schubert. Tu che musica ascolti di mattina?».

La tempesta s’assopisce con calma. Si sente un tonfo sordo, forse quello di una bottiglia di spumante che si apre da sé. O di qualcos’altro che si stappa da qualche parte.

«Giovanni, non mi hai detto che hai fatto a Londra».
«Come che ho fatto? Ho ammazzato il tempo, come un corvo sullo scrittoio».
«Dai, non fare lo scemo, che Alice nel Paese delle Meraviglie mi sta molto a cuore».
«Pensavo che un avvocato, in un mondo di svisionamenti psichedelici, non ci si trovasse».
«Vieni meco in tribunale: voglio farti causa. Guarda di non rifiutarti. Ci sarà, la causa. Mi va bene, stamattina, che non ho nulla da fare».
«Sempre Alice, vero?».
«Sì, terzo capitolo, credo, mi sembra sia quello intitolato una strana corsa e una lunga storia. Tu che musica ascolti di mattina?».

Oltre le Alpi il sole si fa rivedere. «Ecco l’Italia», dice Sara sorridendo.

 

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