Sara / #tirocini

Il treno di Banana

Sara - Tirocini

Sara
Cioè, quello che voglio dire è che sono contenta di essermi presa una borsa di studio, di esser venuta qua in Giappone a portare un po’ di saperi italiani, diffondere la cultura del nostro paese e tutte queste belle cose; e sono anche contenta di aver conosciuto il signor Nobuo che è tanto gentile con me, che c’ha ottant’anni ma ne dimostra venti di meno e cammina come un labrador ammansito ed ha la vitalità di un dodicenne iperattivo; insomma sono contenta di essere qui a Tokio, la terza città più estesa del pianeta, dove milioni di persone si muovono come formiche impazzite e che ha la testa sul Fujiyama e i piedi sopra un’isola sempre sull’orlo di sprofondare nell’abisso più nero, tanto sull’orlo che anche mia madre e mia sorella prima di partire mi dissero in coro: «Lo sai che in Giappone si verificano più di tre terremoti al giorno?». Poi intervenne mio padre, puntuto come sempre: «C’è un abbassamento della costa giapponese occidentale, e un innalzamento della costa sul Pacifico», e io: «Grazie, ora parto proprio tranquilla!». Ma insomma, a parte le ansie familiari sono contenta di essere qui, per una laureata in lingue orientali non è affatto male, anzi, considerando che sono cresciuta in mezzo ai cinesi, tutto questo bagno di nipponica giallitudine non mi fa altro che piacere, perché i gialli mica sono solo i cinesi, ci sono anche i giapponesi, che poi in qualche modo sono parenti, ma insomma, a me garbano di più i connazionali di Akira Kurosawa e meno gli eredi della dinastia dei Ming e sapete perché? Semplice, perché annoverano tra le loro fila la punta di diamante della letteratura contemporanea, l’idolo mio da ormai un lustro, la donna occhialuta più astratta del pianeta, la figlia di un filosofo e di una disegnatrice di anime, l’inarrivabile Banana Yoshimoto.

Ecco finalmente ve l’ho confessato: io sono venuta qua in Giappone per conoscere Banana, questo è l’obiettivo primario, mica altro e se volete spiegazioni, chiedetele a mia sorella, lei vi può dire tutto…

Sorella
Effettivamente Sara, che è molto giovane, cioè, è più giovane di me ed io sono giovane perché ho trentadue anni, ha sempre avuto sul comodino Kitchen di Banana Yoshimoto, cioè almeno da quando io mi ricordo che cosa tenesse sul comodino, perché, voglio dire, mica una è obbligata a ricordarsi a memoria tutte le cose che una sorella tiene sul comodino, o sbaglio? Cioè, mi ricordo che per un periodo ha tenuto una foto di Luis Miguel, che era un cantante che andava forte quando lei manca poco non era nemmeno nata, ma lo vide in televisione, le piacque e cercò una sua foto, la mise in cornice e via: un anno sul comodino. Poi per un periodo ho rimosso completamente cosa tenesse e alla fine ecco il ricordo più nitido: mia sorella scopre i libri di Banana Yoshimoto grazie al maestro di karate di mio nonno, che cominciò a prendere lezioni di arti marziali perché s’era messo in testa di affrontare i cinesi a muso duro, cacciarli da Via Pistoiese, fronteggiandoli sul loro stesso terreno e pensò bene di andare a imparare dalla concorrenza. Il suo ragionamento non faceva una piega: se i cinesi fanno il kung fu io li anniento col karate. Alla fine non ha mai trovato l’occasione di battersi, i cinesi sono rimasti tutti ai loro posti, ma in compenso fu lui a portare nelle nostre case il primo libro di Banana e per mia sorella fu una rivelazione. Il nonno ora non si muove più tanto bene, ha abbandonato il karate e urla improperi ai cinesi dalla finestra. Come avrete capito i cinesi dalle nostre parti sono ovunque, una specie di epidemia virale, non ci credete? Chiedetelo a mia madre…

Madre
Sì, è vero, qui a Prato i cinesi sono come l’universo: in espansione costante. E non dico il falso se affermo che non esiste un tasso di concentrazione di cinesi così alto come da noi in tutto il resto d’Europa. Ogni cento pratesi, ci sono 6 cinesi. Forse è la rima in “esi” che agevola il loro insediamento, o forse è perché qui a Prato c’era il tessile, era fiorente e ora con i cinesi sta andando a sparire, perché anche loro si occupano di tessile, ma lavorano di più, sono di più e soprattutto costano meno. Insomma noi (io e mio marito… che non c’occupiamo di tessile, voglio precisare!) s’era preso una casetta in via Pistoiese e ci s’era messi, come si dice da queste parti, di buzzo buono a ristrutturarla: si faceva tutto da soli, piano piano. Dopo un po’ ci si portò a vivere le nostre adorate figliole. Nel giro di due anni siamo rimasti gli unici italiani in quel brandello di via. Ma ve la posso dire tutta: noi con i cinesi intorno mica ce la passiamo male! Certo, sono un po’ sudici, scaracchiano in terra, fanno affari poco nitidi, ma non sono invadenti, sanno stare nel loro e poi siamo stati noi pratesi a vendergli le case perché i loro quattrini in contanti ci hanno sempre fatto gola e allora sapete che vi dico? Non mi va di fare la para-leghista che si lamenta sempre. Noi s’è deciso di vivere qui, perché a Prato ci siamo nati e a Prato ci vogliamo affogare nell’oblio, che poi è un modo raffinato per dire schiantare, no? Ecco, a volte mi capita di ripensare ad un frase che ho letto in uno di quei libri che c’ha sempre in mano la mia adorata figliola, la minore: Non importava quanto cattiva potesse essere la gente, intorno a noi c’era sempre qualcosa di bello come i tramonti e il cielo dopo i tifoni, tifoni che facevano piovere la bellezza sulle nostre teste…

Sara
Grazie mamma per aver citato una delle mie frasi preferite di Banana, tra l’altro ci rimuginavo giusto qualche ora fa, perché qui a Tokio piove e siccome penso sempre che tutte le gocce che cadono siano radioattive per via di Fukushima, mi tocca fare uno sforzo di fantasia e immaginarmele piene di bellezza come quelle di Banana.

Ancora non sono riuscita ad incontrarla. Il primo mese sono stata oberata di lavoro, sono venute almeno un paio di delegazioni dall’Italia a reclamizzare i loro prodotti: traduci, guida, interpreta, scrivi, organizza, non ho avuto un secondo libero, con Nobuo che era felice di portarli in giro e io che pensavo spesso al momento in cui mi sarei potuta liberare e andare nel quartiere di Roppongi dove pare viva Banana.

Certo che farle le poste sotto casa non è proprio molto elegante. Il problema è che in calendario non ci sono presentazioni dei suoi libri in un arco di tempo a me congeniale e il suo blog è vuoto di scritte del tipo: Banana incontra i suoi lettori o Stasera cena di gala, sarà presente anche Banana. Che ne so? Forse è in una fase asociale della sua esistenza oppure ha deciso di dedicarsi alla famiglia o forse sta scrivendo e non vuole essere disturbata. Insomma, l’unica chance che ho di vederla prima di andare via è conoscere con esattezza l’indirizzo e passare qualche ora sotto casa sua in attesa di una passeggiata col cane o qualcosa di simile.

E poi però se la vedo che gironzola col cane al guinzaglio e i suoi occhiali tondi sul naso, che le dico? Scusi signora Banana io sono Sara e ho letto tutti i suoi libri? Banale. Se mi dicesse kuso kurae! [1] avrebbe ragione. Devo pensare qualcosa di più originale, tipo: watashi wa Sara [2] e se non mi mette una firma sul suo libro vado a gettarmi sotto la prima metro che passa… Melodramma allo stato puro. Patetico. No, Sara, devi essere più leggera, come i suoi personaggi: Salve sono Sara, posso rubarle un secondo? Io sono Italiana e lavoro per la BunRyu, vorrei invitarla ad una serata di cultura italiana, le va? Già meglio, ma per un invito del genere potrei usare la mail o sentire il suo agente, mica la importunerei come una pazza per la strada! Non ci sono soluzioni. L’unico modo rimane approcciarla durante una sua presentazione, ma chissà quando ci sarà… Mi viene da citare un noto concorrente dei manga giapponesi, quello Zio Paperone di disneyana fattura: «Oh me misera! Oh me tapina!».

Sorella
No Sara dai, non ti disperare! Vedrai che una soluzione la trovi. Magari hai una botta di fortuna e ci sbatti il naso addosso…

Madre
Seee, ci sbatte il naso! In una città di sedici milioni di abitanti?! Non la illudere ti prego, che poi ci rimane ancora peggio. Lo sai com’è tua sorella…Crede un po’ a ogni cosa, soprattutto a quello che le dici te, per cui lasciala stare: se non la incontra se ne farà una ragione.

Sara
Sai mamma penso che non ti racconterò mai che alla stazione di Shinjuku ho pensato a Jovanotti. Tu lo odi, lo so, ma io c’ho pensato: forse è per quel verso di Seranata Rap lo scriverò sui muri e sulle metropolitane di questa città milioni di abitanti che giorno dopo giorno ignorandosi vanno avanti o forse è perché il cervello funziona un po’ come vuole e, di fronte a tutti questi “giappo” che filano dritti come fossero incasellati in binari invisibili, ha fatto i suoi voli liberi e sghembi, a prescindere da me. Affacciati alla finestra

Il treno non arriva e sono in piedi a fissare un punto vuoto, riesco a farlo perché sono la più alta di tutti e sono anche l’unica occidentale in mezzo a tanto giallo e un po’ mi spaventa, ma è uno spavento stupido, niente a che vedere con quello che mi assale quando vedo oscillare un’insegna pubblicitaria e poi sento la terra sotto i piedi ballare il rock and roll

DIO SANTO, UN TERREMOTO!
E ora che faccio. Mantieni la calma Sara. Fallo per tua madre e tua sorella. Loro ti vogliono bene. E il loro bene ti manterrà in vita. Mi guardo intorno. Tutti rimangono impassibili. La terra continua a tremare. ODDIO. Una voce dall’altoparlante pronuncia le seguenti, sbalorditive, parole: «È in corso un terremoto nella prefettura di Chiba di 5.9 gradi… I treni potranno subire ritardo. Ci scusiamo per il disagio».

Cioè, non è che ha detto: per problemi tecnici il treno potrebbe subire ritardo. Ha detto proprio causa terremoto. Voglio dire, ha parlato di un terremoto come fosse un guasto sulla linea elettrica, o un malore del capotreno o una cispa nell’occhio del conducente!

Qui, intorno a me, paiono tutti molto serafici. Dev’essere l’abitudine. Nessuno dà segnali di panico. Cerco di adeguarmi. Ma ho paura. La scossa sembra interrompersi. Poi all’improvviso riprende.

DIO SANTO! E mica c’avevo pensato che 5.9 è la stessa magnitudo del terremoto de L’Aquila: lì ci sono stati tanti morti, qui nessuno batte una palpebra. L’unica sono io.

Poi, all’improvviso la vedo. Eccola, confusa tra la gente, ma io lo so che non mi posso sbagliare. Impassibile, sguardo liquido, aria assorta, occhiali sul naso, gesti lenti e un giornale sotto il braccio. È lei, ne sono certa. Banana è a circa venti metri da me. Che faccio? Smetto di aver paura e la raggiungo? Il problema è che sono immobilizzata tra le persone, dovrei cominciare a muovermi, spintonare gridando Shitsurei Shimasu [3]… Non mi pare il caso mentre è in corso un sisma. Non mi vengono altre idee e allora mi limito a fissarla, per qualche secondo, un tempo giusto, quello in cui le scosse finiscono, torna la quiete, in cui arriva il primo convoglio e se la porta via, il tempo di capire che non solo i tifoni, ma anche i terremoti portano la bellezza: la bellezza di un momento perfetto, quello in cui ho sentito la terra tremare sotto i piedi mentre vedevo Banana sparire su un treno.



[1] Vai a quel paese
[2] Io sono Sara
[3] Con permesso

 

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