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Una finestra sul prossimo

Rodolfo - Servizio civile

Si alza che la casa è tutta muta, buia. A tentoni s’infila le pantofole, arraffa una bracciata di panni scuri, sgattaiola in cucina cercando di non turbare il sonno dei coinquilini. Sette del mattino, silenzio anche nel quartiere d’intorno. Fa colazione con caffèlatte e biscotti, guarda un pezzo di telegiornale; volume basso, occhi a mezz’asta. Poi va a farsi la doccia e allora si sveglia un po’ meglio. Indossa i vestiti racimolati al buio, ma ha un guardaroba adeguato, nero e grigio si abbinano sempre bene. Esce. Fuori c’è Siena che si rianima. Una delle città più affascinanti del mondo e forse in questo frammento lo è ancora di più. S’incammina piano. Ecco, adesso tutto appare in improvviso movimento, le strade vive, i ragazzi che raggiungono la scuola, le auto di chi va a lavorare, il capannello delle colazioni al bar; le saracinesche che si sollevano, quelle che hanno ancora la fortuna di farlo; il fruttivendolo che ogni mattina, stessa ora, scarica le cassette dal camioncino.

Rodolfo arriva in centro verso le otto e dieci, sale le scale in via La Lizza, accanto a una chiesa sconsacrata adesso adibita a auditorio; sarà lui ad aprire i locali della sede provinciale delle ACLI, Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani. Entra da una porta di servizio, al più ci trova dentro un collega; di solito è ancora tutto serrato e buio anche qui, un po’ come ha lasciato casa. Accende le luci, il computer, si sfila il trench di pelle nera e poi va a togliere la catena dell’ingresso, infine la porta a vetri.

Spesso, fuori, c’è già gente che aspetta. Spesso qualcuno lo ferma ancor prima che entri al lavoro. Ed è già qui, in questi primi contatti, quando per l’altro si apre un uscio, uno sportello, e quindi la possibilità di risolvere un problema, che per lui si spalanca una finestra sul mondo. Quello reale, bello e spietato com’è.

Rodolfo ha ventisei anni, viene da Volterra e fa il servizio civile. Quello regionale, dopo aver soppesato i bandi e superato colloqui per il progetto sulle Comunità di Famiglie «problematiche, monoreddito, extracomunitarie»; progetto che va portato avanti ma che lascia varchi per un servizio più ampio, poiché nessuno tira indietro la mano davanti a una richiesta diversa dai programmi.

Rodolfo studierebbe altro, a Siena, va laureandosi in Economia e Gestione degli Intermediari Finanziari; però ha voglia d’indipendenza, di non gravare sui genitori e poi il periodo è questo, difficile per tutti, meglio non farsi sfuggire le occasioni. Così lo trovi allo sportello dell’accettazione, seduto davanti a computer e telefono, a smistare persone e problemi a operatori e uffici, traffico di nervi e bile e doveri e speranze, pratiche fiscali, consulenze su contratti e pensioni, conciliazioni, varie ed eventuali. Che poi molte persone chiedendo, aspettando lì accanto a lui, magari si lasciano andare a una frase in più e allora Rodolfo intuisce un bisogno di confronto, o anche soltanto di chiacchiere, oppure scopre che il nodo può scioglierlo lui stesso, e perlomeno ci prova.

Per esempio viene un tizio che ha ricevuto quella lettera in cui l’Inps dice che quest’anno il CUD non gli arriverà per posta, piuttosto dovrà farselo stampare al CAF oppure scaricarlo da Internet, e già su certe parole dondolava, il tizio, poi quando ha letto «Pin, username e password» ha sentito proprio le gambe cedere e il cervello andare in pappa. Chiaro che per faccende simili Rodolfo ti aiuta sul momento, non importa neanche fissare un appuntamento con gli operatori, ci pensa lui.

Poi arriva uno sui cinquant’anni che ha perso il lavoro. Ha mandato curriculum ovunque, va spesso al centro per l’impiego, ha battuto direttamente le aziende. Niente. Perché è qui? Non lo sa neanche lui. Sta provando ogni via. Magari è straniero, un contratto servirebbe anche per rinnovare il permesso. Magari ha fatto soltanto il manovale, non conosce altri mestieri. In fondo agli occhi quel misto di rassegnazione e speranza che atterrisce. L’ACLI sta creando un ufficio specifico, che funzioni da ponte e da rete, ma nel frattempo Rodolfo ascolta, appunta, segna un numero, ne cerca un altro, magari continua a immaginarsi una soluzione anche fuori da qui, tra gli amici, al bar, «se sentiamo dire qualcosa le facciamo sapere», chissà.

Poi arriva una signora italiana, suo figlio ha finito di studiare e adesso bighellona senza speranza; come si fa per il servizio civile? Come funzionano i tirocini? Perché spesso i ragazzi non ci mettono neppure la faccia, mandano un genitore, anzi aspettano che si muova la madre, come se la cosa non li riguardasse. Oppure forse è imbarazzo, pudore, forse è codardia. Forse è che fino a ieri un lavoro lo trovavi sempre, a Siena, si era abituati a un sistema che tuttora ti ricade addosso: qui c’era il Monte, ovunque, qui c’è sempre stato il Monte, e se non ci lavoravi direttamente, potevi farlo per una controllata, tutti avevano un amico o un parente che t’instradava alla scrivania giusta.

Poi arriva una donna rumena che lavora da badante, è qui da cinque anni, vive quasi da reclusa e manda tutti i soldi a casa, spera che il marito possa raggiungerla presto ma adesso sta in una famiglia che non vuole metterla in regola, oppure non la paga da mesi, oppure si trova male con l’anziano da accudire; gli operatori chiameranno le persone interessate, ascolteranno lamentele e ragioni, cercheranno una conciliazione. È un universo, quello di badanti e famiglie, dove paure ed esigenze tendono a montare da entrambe le parti, e soltanto la conoscenza può fungere da ammortizzatore.

Poi c’è il tipo che esce dal CAF sbattendo la porta, brontola che «mi fate pagare un sacco di soldi» come se a intascarli fossero le ACLI, mentre dopo ne esce un altro che invece saluta, ringrazia, magari vuol lasciare un Euro di mancia, e Rodolfo già sa che il primo è un manager da diecimila Euro mensili mentre il secondo un pensionato che stasera non saprà cosa mettere in tavola.

Poi arrivano le sette di sera e la finestra sul mondo si chiude.

Rodolfo spegne il computer, si rimette il trench, saluta l’operatrice del CAF, poiché è proprio lei l’ultima a far festa. Esce, e fuori Siena è sempre immobile e diversa, immortale e malinconica, o forse è colpa di questa luce qui, del buio e delle ombre che fanno i lampioni d’inverno.

S’incammina nel tragitto alla rovescia, verso casa, portandosi dietro tutti quei pezzi di umanità, un istinto nuovo nell’approcciare il prossimo ma anche un po’ di pelo sullo stomaco, che tende a crescere, perché di storie brutte ne ascolta tante e gli viene da riparametrare tutto, dare il giusto peso alle cose. Gli viene di spingere l’orrore sempre un po’ più in là. E si porta dentro un equilibrio che soltanto il lavoro può darti, niente a che vedere con l’università, fin troppa libera; lui è qui da volontario ma ha comunque regole e orari, metodi e gerarchie da rispettare. Questo gli dà il servizio civile. Certe aperture, qualche consapevolezza. Se prova a immaginare un futuro, vede tre o quattro proiezioni di sé. Dipende dalla giornata. Talvolta, carico e ottimista, si vede fare un bel lavoro, magari girando il mondo per una banca, perché ancora è convinto degli studi fatti e della neutralità, anzi della bontà, di un quel sistema: sono poi gli uomini con le loro scelte, le loro leggi, a permettere certe derive che rovinano tutto. Altre volte si immagina piuttosto in una casa umile, con una certa angoscia nell’aria, sul monitor il curriculum da inviare a tutti i supermercati di zona. In fondo gli basterebbe una vita tranquilla, una famiglia, uno stipendio normale, andare in vacanza d’estate. Sente che il domani immaginato qualche anno fa non esiste più, questo sì, perché è cambiato il mondo ed è cambiato lui, e adesso anche i sogni vanno ripensati daccapo.

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