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La donna bruciata e il serpente

Paola - Fare impresa

La prima volta che Paola sentì il serpente vicino a sé fu nell’estate del 2008, poco dopo che ebbero chiuso il portellone dell’ambulanza. Non si dovrebbe mai salire su un’ambulanza d’estate. L’estate è fatta per stare al mare. Se poi ti sei separata, sei dovuta tornare a casa dai tuoi mentre tuo padre moriva di cancro, hai tre figli e due gatti e hai ripiegato con cura la tenda per fuggire dalla Lombardia verso il mare della Puglia con un’amica, è proprio ingiusto che tu finisca dentro una scatola con le ruote che corre e suona all’impazzata. Non si dovrebbe mai prendere fuoco d’estate. Non per una scottatura, ma perché t’è esploso fra le mani una lampada da campeggio difettosa. Paola s’è incendiata come un fiammifero. Il 40% della pelle del suo corpo è stato bruciato. Quel corpo senza controllo stava disteso in ambulanza e la sua mente sospesa e staccata aveva formulato un pensiero di preoccupazione per i suoi figli, quando sul cuscino sentì sibilare e attorcigliarsi un serpente. Si era sistemato sul lato del cuscino dove lei teneva la testa chinata. Non faceva paura quel serpente. Non era particolarmente grosso e non sembrava per niente velenoso. Era colorato, ma a righe distinte. Colori tenui, delicati. Si alternavano il giallo, il viola e il verde. Paola non si stupì. Sembrava conoscerlo da sempre. Come fosse normale sentir parlare un serpente. Quell’animale le disse che sua madre stava già partendo da Saronno, che ora non era proprio il caso di pensare ai bambini. Anzi doveva concentrarsi su di sé, su quel corpo, sulla pelle che doveva guarire e poi rigenerarsi, perché i figli, di una mamma bruciata, non se ne fanno di nulla. Doveva cominciare a credere in qualcosa. Paola decise di credere al serpente.

In ospedale sentì i dottori ragionare. Capì che si trovava nel centro grandi ustionati di Brindisi. Ci sarebbe dovuta stare sei mesi. Si agitò. Non poteva permetterselo. Se non lavorava non riscuoteva. Sono anni che andava avanti con notule e collaborazioni. Il serpente ai suoi piedi risalì velocemente il letto e si avvicinò alla spalla di Paola. “Ascolta il tuo corpo”. Il corpo della donna era immobile, solo gli occhi si girarono. Paola lavorava sui corpi, terapie psicomotorie con l’uso del corpo. Le parole le pensi, le scegli, il corpo non si censura. Ma come si fa a ascoltare un corpo bruciato? Il serpente tirò fuori la lingua “hai gli occhi umidi”. Paola cominciò a far roteare gli occhi, guardò in alto oltre il neon, camminò lungo il soffitto, si posò sui colori del serpente. Sentì gli occhi bagnarsi. Con gli occhi avrebbe ricominciato ad aver cura del suo corpo, ma non le bastava. Nei giorni seguenti, cominciò a immaginare per sopportare le solite istantanee che vedeva dal letto. Vide il Lago Maggiore dove era cresciuta, vide Saronno dove era appassita. Poi vide il mare di Viareggio, ci arrivò calma, passeggiando. Distese un asciugamano. Il sole non scottava sulla pelle. Godeva dell’aria, del sale, del vento. Lì la sua pelle stava bene. Aprì una borsa di paglia e tirò fuori un giornale. In Versilia mancano asili e servizi per l’infanzia. Con cura strappò con le dita quell’articolo e lo custodì gelosamente. Era meglio di un unguento. Era meglio dell’acqua. Il serpente le disse che sarebbe andata a vivere a Viareggio molto presto, prima del previsto. Avrebbe superato le bruciature di Saronno e quelle della Puglia. Perché la sua pelle era elastica. L’ideale per guarire e cambiare.

Paola uscì da quell’ospedale un mese e mezzo dopo. Non sapeva bene come sarebbe diventata la sua pelle, ma era fuori e doveva cominciare a lottare contro il tempo. La prima cosa che doveva fare per cambiare pelle, era laurearsi. Ricominciò a studiare e dare esami. Poi portò i suoi figli a vedere Viareggio che si innamorarono del mare e delle maschere. Paola non si perse mai in quella città, lei che di solito era una frana a orientarsi. Questo la convinse definitivamente sulla scelta. Infine mise in vendita la mezza casa che le era rimasta dal divorzio e cominciò a cercare finanziamenti per tirare su il suo asilo. Chi ti aiuta se non sei più una ragazzina? Se volevi cambiare pelle perché  non hai avuto il coraggio di farlo prima? Dovevi aspettare di bruciare? E queste croste cosa ti lasceranno? Allora Paola riprendeva fiato e ricominciava a far muovere gli occhi, a inumidirli e a immaginare. Vide l’ingresso dell’asilo con a lato un cesto dove posare le scarpe e indossare delle calze antiscivolo, scalzi come in barca. Vide la pineta fuori dai vetri lasciati senza tende per la luce e per far uscire sempre gli occhi. Vide un albero con i cuscini intorno. Vide un albero come disegno sulla targa vicino al campanello. Vide gli espositori con i libri su Chagall, sul ciuccio di Nina, sulle puzze degli elefanti. I cuscini giganti, le brandine, i cenci per vestirsi e giocare a nascondino. Vide i lavandini piccoli e bassi, i cessi piccoli e bassi, i tavoli piccoli e bassi. Vide il fasciatoio con le scalette, la cucina d’acciaio, i pannelli fotoassorbenti. Vide la vernice ignifuga, la lista delle ditte a cui rivolgersi per i lavori, i fogli del bando da compilare. Vide i suoi figli giocare intorno a un tavolo  con delle parole e alla fine venir fuori CAMI, crea, attiva, mente, insieme. Il nome dell’asilo, del suo quarto figlio. Poi sentì delle piccole cantilene. Mani no, forchetta sì. È mio? I giochi sono di Paola e ve li presta. Sta arrivando la pappa! Qualcuno le stava facendo il verso. Era il serpente che si affacciava dalla tasca.

La pelle di Paola  ha dei chiaroscuri, ma se non ti ci soffermi, non si nota. È stata da un’amica a fare danzaterapia. Lei e il serpente sembravano una cosa sola, fatti di un’unica pelle. Mentre roteava nella stanza ha visto i bambini paciugare con le dita nei colori, ha sentito un viareggino che le ha detto ho furia e lei non ha capito, ha visto la sua figlia più grande attaccare l’ennesimo poster e chiudersi in camera e gli altri due maschietti più piccoli sistemare le lettiere dei gatti. Paola s’è vista a Viareggio, in asilo, a casa. Ha smesso di fare su e giù fra Saronno e Viareggio. Vive in affitto proprio nell’appartamento sopra l’asilo con i tre figli e i gatti, che nel frattempo sono diventati tre. Paola si è liberata della paura del fuoco. Lotta con i conti, con le spese, con la vita di tutti i giorni. In un barattolo sopra la lavatrice ha scritto “Calze scompaciate”.

L’asilo è stato inaugurato con una festa a Giugno per farsi conoscere in tempo per le iscrizioni di settembre. Le hanno detto che non ci capiva un tubo dei viareggini perché loro da maggio a settembre stanno al mare e mica ci pensano all’asilo! Però s’è rifatta col carnevale. Insieme ai genitori ha fabbricato i vestiti da fiori per i bambini. Lei e i genitori si sono vestiti da giardinieri e con delle carriole dipinte di rosa hanno scorrazzato per le strade di Viareggio. I bambini all’asilo CAMI ora sono sette, ma volendo possono arrivare a quaranta. Paola vuole crescere. Non ha paura, ora sa che la sua pelle è forte e elastica.

Un giorno all’uscita dell’asilo, la mamma di una bambina le chiede se dietro alla scelta dei colori ci sia un motivo ben preciso. Paola le ha spiegato che ha scelto viola, giallo e verde nei toni del pastello perché rilassano e li ha scelti sia per le pareti che per i cuscini, per il duro e per il morbido, per evocare due sensazioni diverse. Così dicono i libri. Se associ i colori a esperienze diverse, da grande avrai più possibilità di rispondere ai problemi. “E poi non so se hai presente la storia del serpente e della donna” dice Paola. La giovane donna prendendo in collo la figlia le chiede di raccontargliela. “Il serpente e la donna si annoiavano così il serpente propose alla donna di crearle l’uomo. L’avvertì su che essere sarebbe stato nel bene e nel male. Ti divertirai, ma sarà anche un po’ arrogante e superbo. Ma il serpente le strappò una promessa in cambio dell’avvento dell’uomo. La donna non avrebbe mai dovuto rivelare che c’era prima lei dell’uomo”. Paola e la giovane sorrisero. “E aspetta” continuò Paola trattenendo ancora per un attimo la donna e la bambina “il serpente aggiunse, mi raccomando è un segreto fra femmine!”. La bambina ripete la parola “Segreto” e le due donne ridono. “Ecco quel serpente me lo sono sempre immaginato di quei colori”. “Grazie. Manterrò il segreto, Paola” fa la donna tirando su la bimba fra le braccia. Tutte e tre si salutano. Chiudendo la porta a vetri Paola guarda verso la pineta. Le sembra di vedere qualcosa strisciare. Le viene da fare ciao con la mano come fa con i bambini.

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