Maurizio e Leonardo / #fareimpresa

I piranha nel frigorifero

Maurizio e Leonardo - Fare impresa

Il giorno in cui Leonardo doveva parlare con la madre di una questione molto importante, a Pistoia faceva un freddo cane.

Il vento mulinava sibili in via degli Orafi con una prepotenza inaudita. Leonardo passò davanti al tabaccaio e guardò la vetrina con aria incerta, come fosse indeciso se entrare o meno, poi si ricordò che lui non fumava. Non è che avesse smesso, proprio non aveva mai iniziato. E allora perché scandagliava l’espositore dei sigari Avana con gli occhi del fumatore catarroso che per un po’ di tabacco sarebbe pronto a uccidere?

Si toccò la barba incolta, rossiccia, e si sentì turbato. Per rilassarsi, almeno mentalmente, cominciò a pensare a Pilar.

Com’era bella Pilar: alta, slanciata, atletica… Pronta a saltare sulla staccionata appena lui la stuzzicava col frustino. E poi quel pelo color ciliegia da purosangue di provincia. Eh sì, la sua Pilar era proprio una bella puledra e lui non vedeva l’ora di tornarci sopra, cavalcarla nella tenuta vicino Campo Tizzoro, sentirsi libero, come il vento, magari fare una lunga girata nel bosco, fino al lago di Suviana dove c’è la centrale idroelettrica, quella che ogni tanto gli capitava ancora di sognare e che, quando era alle medie, visitò con la classe in una delle “inebrianti” gite organizzate dal professor Tito Contri. Lì dentro (un brivido lo assale ancora al solo ricordo), mentre tutti i maschietti sbuffavano annoiati o facevano gli scherzi più stupidi alle compagne, lui non staccava gli occhi da tutte le meraviglie che lo circondavano: turbine, vasche di carico, pozzi piezometrici, alternatori, trasformatori, insomma il non plus ultra della scienza idroelettrica; e poi c’era quella scoperta meravigliosa: il greco. Sì perché il professore Tito Contri gli disse che idros in greco voleva dire acqua e allora lui si tatuò nella mente quell’etimo e, anche se in futuro avrebbe fatto l’istituto tecnico industriale, anche se la sua passione erano i congegni e non le parole, quel fatto che esistesse una lingua antica da cui si rubavano i vocaboli per definire fenomeni fisici o strumenti affascinanti – come un’idropultirice ad esempio – non l’avrebbe dimenticato.

E insomma con Pilar ci sarebbe andato volentieri all’amata centrale, e magari, una volta lì, intorno al lago, avrebbe anche incrociato un picchio rosso maggiore, quelli col becco a coltello, quelli che battono sugli alberi duemila colpi all’ora e non si fanno mai male…

«Leonardo!».
Una voce lo picchiettò nell’orecchio, proveniva da dietro e, con la forza di due braccia nerborute, lo riportò dalle nuvole a terra, a pensare in modo concreto: sono in centro, sto andando da mia madre, devo parlare di una faccenda importante…

La voce era del Buracchi, un suo amico delle superiori. «Buracchi che fai?», si voltò Leonardo e dette all’amico una pacca sulla spalla. La cordialità era sempre stata il suo forte. Mai lo si sarebbe visto scortese con qualcuno, anzi, a volte era anche troppo accondiscendente. «I clienti sono come i cavalli: bisogna saper usare il bastone e la carota», gli diceva sempre il suo povero babbo cercando di indirizzarlo verso una risolutezza più prosaica, ma lui, bonario di natura, aveva sempre la carota in tasca e il bastone a casa.

«Vado a comprare il mangime per il mi’ pesce», fece l’amico con un filo di voce.
«Rosso?».
«No. C’ho un piranha, non lo sai?», gli disse il Buracchi con tono meravigliato, come se desse per scontato che tutta Pistoia fosse a conoscenza del fatto che lui possedesse un piranha.
«Un piranha?».
«Infatti vo dal macellaio!».
«Vedi ganzo», gli disse Leonardo e cominciò a immaginarsi l’amico vestito come un indios, con le cicce flaccide che gli ballavano sui fianchi (il Buracchi era sempre stato obeso) che nuotava nel Rio Churun a caccia di anaconda e piranha. Sorrise.

«Te che fai?». Leonardo entrò leggermente nel panico. Mica gli andava di raccontare ad un ipotetico indios del Rio Churun che lui stava per andare a discutere di una questione importante; però non gli andava neppure di mentire, perché fin da piccolo gli avevano insegnato che le bugie c’hanno le gambe corte, ma trovano sempre il modo per andare lontano.
«Vado a trovare la mi’ mamma…», si tenne sul vago. Ma l’altro non mollava la presa.
«Ce l’ha sempre la ditta in via dei Cipressi?».
«Sì, ma lei è in pensione. Ora ce l’ho io».
«Bene via. Salutamela, la tu’ mamma, e dille che il migliaccio come lo faceva lei… Me lo ricordo ancora».

Ti pareva che il Buracchi non finisse a parlare di cibo, pensò con un pizzico di malizia.
Si salutarono. Un paio di pacche sulle spalle. Poi Leonardo si tirò su il bavero del giaccone e continuò a camminare per via degli Orafi, tra gl’insistenti sibili di vento.

Aveva una gran confusione in testa tra Rio Churun, piranha, sigari Avana, puledre, picchi rossi e turbine idroelettriche… Eppure quella mattina si era alzato con tutta la convinzione del mondo, persuaso a trattare il problema con rilassata sicumera, senza toccarsi troppo il pelo rossiccio o tergiversare in vaghi discorsi, di quelli che a volte lo portavano fuori dal seminato: il suo prediletto era il volontariato. Sì perché Leonardo, da qualche anno, s’era iscritto al VAB (Vigilanza Antincendi Boschivi) e lo chiamavano spesso per andare a dar mano quando qualche calamità, anche fuori dalla sua Pistoia, colpiva la povera gente. Gli piaceva parlare del suo essere eroe per un giorno, dell’agnello che gli offrirono a L’Aquila o delle donne che in Emilia facevano tortellini in piazza, con alle spalle le macerie… Insomma poteva stare ore, magari la sera con gli amici, davanti ad una birra –l’unico vizio che si permetteva –a raccontare. Ma quella mattina era preparato: nessuna digressione, soprattutto con sua madre. E allora perché quel disordine in testa mentre saliva le scale di via Rossini dove abitava suo nonno?

La madre di Leonardo, in quei giorni, dormiva a casa del vecchio padre che non se le passava troppo bene di salute: aveva un po’ d’acqua nei polmoni e respirava a fatica.

Din don.
Leonardo suonò il campanello. Nessuno venne ad aprirgli. Ripassò mentalmente quello che doveva dire: la ditta, il socio, mi spiace mamma, il nonno come sta, i piranha sono in frigo e i sigari hanno la punta tagliata male… Oddio! Stava di nuovo mischiando le carte: il panico s’impossessò per mezzo minuto buono della sua testa. Poi la porta si aprì.
«Mamma!».
«Leonardo!». E cominciò a sudare, ma in modo freddo, tanto che non si vedeva molto.
«Vieni dentro». Entrò e subito gli saltò al naso il puzzo dei medicinali che usava suo nonno.
«Il nonno dorme», precisò lei.

Leonardo seguì la madre nella cucina, arredata esattamente nello stesso modo di quando lui era bambino. I mobili in formica per suo nonno furono una grande conquista sociale:
«Non sono mica come quelli in legno di quando s’era a podere », era solito ripetere. Mai se ne sarebbe separato.
Si misero a sedere. Il profumo del caffè adesso superava di gran lunga il tanfo delle medicine. Madre e figlio si guardarono per un attimo e fu in quel preciso istante, con una tazzina celeste in mano, che Leonardo ebbe tutto chiaro, le parole si srotolarono davanti a lui come una pergamena di fronte a un papirologo: chiare, quasi luminescenti…

Vedi mamma non m’importa se tu hai lavorato una vita in quella ditta, né che quella ditta la fondò babbo quando era giovane e credeva nel miracolo socialista di Bettino Craxi; non m’importa se abbiamo passato tanti guai per tenerla in vita compreso il fatto di prendere come socio il Tozzetti che ce l’avevano detto essere uno furbo che pensava più al suo che al resto… Ma insomma… E non mi frega se c’è la crisi e noi non bisogna darla vinta a nessuno ma lottare fino in fondo perché la nostra famiglia è fatta così, quello che ha iniziato non l’ha mai abbandonato; né m’interessa se io sono giovane e forse non ce la faccio a mettere su una cosa tutta mia, ma ho sempre bisogno di qualcuno che mi supervisioni, quando poi, come nel caso del Tozzetti, lui supervisiona e io mi spezzo la schiena dalla mattina alla sera, perché l’unico che sa mettere le mani sui macchinari elettrici sono io e nessun altro; insomma cara mamma sono qua per dirti che è arrivato il momento di dire basta, che io in quella ditta, col Tozzetti che mi sfrutta a suo piacimento, non ci voglio più stare e che insieme ad un mio amico in gamba, perché sì, ci sono anche ragazzi di trent’anni in gamba, abbiamo chiesto du’ soldi alla Regione e vogliamo mettere su una ditta tutta nostra che si occupi di quello che m’è sempre garbato, ovvero di roba elettrica, e nella fattispecie s’era pensato di specializzarsi in impianti galvanici, perché lo sai che per il galvanico ho sempre avuto una passione; e la chiameremo PAN-EL: PAN come tutto in greco antico e EL come elettricità, perché, come diceva Tesla, l’elettricità è dappertutto; e non m’importa se ci dovremo consumare le braccia, se il mercato è saturo, se il babbo non sarebbe d’accordo, se il cuore del nonno non reggerà, se tu piangerai di rabbia o di dolore. Io la decisione l’ho presa, è irrevocabile, mamma, ti voglio bene, ma è così.

Ecco, queste furono le parole che voleva dire, ce l’aveva tutte di fronte, doveva solo prenderle con le mani, coccolarle un attimo, mettersele in bocca e dare fiato, ma non lo fece. L’unica cosa che riuscì a dire a sua madre fu:
«Lo sai che il Buracchi c’ha un piranha in casa?».
La madre lo guardò un po’ di sbieco, mentre gli versava il caffè nella tazzina celeste. Leonardo abbassò gli occhi. Lei non dette troppo peso a quella notizia. Lui trangugiò il suo caffè e si sentì un vile, un meschino, uno con la carota in tasca; si alzò e fece per andarsene.

«Che vai già via?», gli chiese la madre. Non rispose. Lei lo accompagnò alla porta, ma prima di salutarlo lo fissò dritto negli occhi e gli disse: «Senti Leonardo, sai cosa pensavo? Ma se tu mandassi a quel paese il Tozzetti e ti mettessi in proprio, non sarebbe meglio?».

Leonardo si toccò per un istante la barba rossiccia. Sorrise, pacifico, ma in realtà nella pancia sentì come un singulto, un preavviso che, da lì a poco, avrebbe lanciato due urla di gioia.

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