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Sassi nella pancia

Mariangela - Studio e Formazione

Il sole ci scalda mentre attraversiamo questa città di fuori sede radical chic, la bici al fianco, fedele compagna di tanto viaggiare.
Tra un treno e un aereo inseguiamo la vita, oppure ce la facciamo rubare.
Corleone. Calore, azzurro, povertà.
Quella è la mia culla, in bilico tra nostalgia e emancipazione.
Pisa mi ha salvata dall’emigrazione, dice Mariangela, o forse l’ha solo rimandata di qualche stagione.
I suoi occhi mordono il mondo mentre compriamo zucca gialla e salmone.
E poi ride di quando vendeva lavatrici all’Unieuro, o almeno ci provava.
Economiche, ecologiche, correte gente, non perdete l’occasione!
Per fare la promoter ci vuole stoffa e disperazione.
Dopo la laurea non puoi più rimandare, devi decidere, saper cosa fare.
E allora ti incolli al pc, mandi il curriculum, vai avanti così.
Venderesti anche tua madre per un fisso garantito e buone provvigioni.
Poi un giorno ti svegli e ti accorgi di quante cose hai venduto senza averlo neanche saputo.
Con i sogni a brandelli e i diritti ridotti a orpelli ti rimane solo la dignità.
Lasciatecela, vi prego, non approfittate della nostra fragilità.
Non abbiamo più niente da vendere, ci rimane solo la carità.
La cassa automatica ci intima di pagare, ma almeno un sacchetto glielo voglio rubare a questa macchina stronza che non ci lascia parlare.
E riprendiamo il cammino tra i vicoli stretti e la primavera che ci solletica il naso.
Nell’aria un odore di intesa, un misto di speranza e disillusione.
Il peso specifico di un’intera generazione.
Che altro possiamo fare se non raccontare, per sgravarci del peso, poterlo almeno guardare.
Un biglietto aereo, un’altra occasione.
L’America.
A cercare fortuna come i nostri antenati, come quelli che per primi gridano terra e si credono salvati.
Perché ancora non sanno che sarà duro lavorare, imparare la lingua e farsi rispettare. New Jersey, un paese di caproni.
Se questo è l’avvenire, preferisco il vecchio continente.
Le sue città sgangherate ma di storia impregnate.
A Garfield per fare due metri serve il macchinone, se vai a piedi ti prendono per coglione. I pomeriggi li passi al centro commerciale, non c’è altro da conoscere, niente da fare.
Puoi solo spendere e accumulare.
Per sentirti pago, illuderti di contare.
Per riempire il vuoto, non fartici risucchiare.
E poi incontri quelli che avvistarono la terra, i tuoi compaesani rileccati.
Parlano solo siciliano, un dialetto antico, incontaminato.
E non capisci più dove sei finita, se questa è l’America o una Sicilia mai esistita.
E allora scappi, vai a New York, a rincorrere il tempo prima che lui rincorra te.
A provare a cogliere in un caleidoscopio di possibilità incompiute quella che ti calza a pennello, che realizza il paradosso di sentirti arrivata eludendo che sei stata comprata.
Ma in verità non sai chi sei, cosa vuoi, navighi a vista, alzi i gomiti per pararti la faccia.
Cerchi di lottare, non lasciarti sopraffare.
Aspetti un concorso, una borsa per sentirti a posto, per tirare a campare o più probabilmente per dimostrare di essere una giovane in gamba, con un progetto di ricerca e qualche sasso nella pancia.
La porta di casa è aperta e salutiamo Ornella che studia archeologia e ci capiamo al volo, è subito simpatia.
Tagliamo la zucca, apriamo il salmone, l’acqua è sul fuoco, mangeremo tra poco.
Un bicchiere di vino per alleggerire la testa, stemperare l’atmosfera quel tanto che basta.
Siamo delle ombre, dice Ornella.
Ci passano attraverso, ci sfruttano senza ritegno.
E se proviamo a manifestare è solo un evento da strumentalizzare.
Il 14 dicembre noi c’eravamo.
Precari, operai, esodati e disoccupati.
Eravamo tanti, pacifici e arrabbiati.
Ma quel che resta è il ricordo delle vetrine spaccate.
Perché non dite la verità nascosta dietro le barricate?
Questo paese non è nostro.
Dalla Breccia di Porta Pia ad oggi, l’unità resta utopia.
E vai a spiegarglielo ai genitori che il posto fisso non esiste, che è un coagulo di illusioni.
So che vi sembra impossibile dover pagare per lavorare quando un tempo non importava neanche bussare.
Se avevi una laurea i datori ti venivano a cercare, eri merce rara, da proteggere, salvaguardare.
A voi che avete sudato per farci studiare, che avete investito per vederci affermare, che ci chiedete di brillare ma anche di restare, che ci volete autonomi ed equilibristi, a voi che ci amate ma non capite, che temete per il nostro incerto avvenire, che ci vorreste sedare con il miraggio di un benessere da gita domenicale, un po’ di giardinaggio e una casa al mare.
A voi chiediamo di accettare questi figli che siamo, di sostenerci perché il nostro sforzo non sia vano.
Di amare i nostri sogni piuttosto che imporvi, aiutarci ad esaudirli o per lo meno stare a sentirli.
Caffè e sigaretta in questo giallo che ci festeggia, la tavola ancora imbandita, una piccola torta per rifarci la bocca, mentre parliamo di storie finite e di figli di là da venire.
Ci sono troppe cose che vogliamo fare, prima di metter radici, di aver qualcuno da educare.
Mariangela cavalcherà il suo Pegaso per i prossimi due anni, lavora tanto ma lo fa con entusiasmo. Le neuroscienze sono una passione, il punto è farne una vera professione.
Ornella forse scaverà, fuori e dentro, per far luce sull’antichità.
Consegnare ai posteri una preziosa eredità.
E io proverò a scrivere di noi che siamo qua, a cercare di far luce sulla nostra incerta identità
Riprendiamo la bici e ci avviamo alla stazione.
Riparto con una storia in tasca e addosso un senso di condivisione.
Due passi, un sorriso e un treno da prendere.
Ci vedremo presto, alla prossima stazione.

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