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Molecole

Mariachiara - Studio e Formazione

Laura ha trent’anni e una casa normale, senza gatti. Mi chiede se mi andrebbe un caffè, le rispondo di no. Anzi, per me possiamo cominciare subito. Ho un treno tra un’ora.

Ci sediamo al tavolo del soggiorno. Le posiziono davanti l’iPad, già in modalità REC. Le dico di parlare liberamente. Le ricordo che questa non è proprio un’intervista, solo una piccola testimonianza.

Lei annuisce, sorride. È evidente che non si sente a suo agio. Dice: «Oddio, non saprei. Siamo sicuri che la mia storia potrà interessare a qualcuno? In fondo è solo… Insomma, sono solo io». Laura tossicchia nervosamente. Poi aggiunge: «Se leggessi quello che sto per raccontare, personalmente mi annoierei un bel po’». E sorride, di nuovo.

Le dico che è esattamente quello che sto cercando: storie semplici. Ma vere. Come Laura sa, il nostro magazine ha aperto la rubrica “Osservatori Interni”. Ci piace l’idea di convogliare lì le esperienze quotidiane dei ragazzi che cercano di darsi da fare, mentre intorno regnano la crisi e lo sfacelo totale. Sorrido anch’io. Le dico che se vuole, può cominciare.

Laura fa un grosso respiro. Sbatte le palpebre, sperde lo sguardo nel vuoto. Ticchetta con due dita sul piano. E tossicchia, ancora. Alla fine dice: «Non lo so. È come quando le cose ti chiamano da lontano. Allora lo percepisci appena. Percepisci questa specie di disegno, steso tutt’attorno. Puoi passare un’infinità di giorni a crederti una specie di particella impazzita, che stalla o si muove così, tipo sulla scia degli eventi. Eppure, ecco che un giorno, come piccoli tasselli di un mosaico, tutto si compone in un’immagine che non avresti mai sperato di vedere mai. E ti chiedi: “Dunque è così che doveva andare a finire?”. Mentre lo dici, già ti accorgi che sei nel bel mezzo di un nuovo inizio.

«Per esempio, prendi me. Laurearti a ventinove anni ti fa sentire un po’ in là con i tempi. Ma è stato fisiologico: ho capito con un po’ di ritardo che la strada scelta all’inizio non faceva per la sottoscritta. Scienze Politiche: ma a chi la andavo a raccontare… Due anni persi così, pensando di salvare il mondo studiando cose che per me non avevano senso. Mi sono iscritta a Filosofia nel 2003, nonostante il parere contrario di molti, amici, conoscenti, insegnanti. Tutti a chiedermi in continuazione: “E con Filosofia cosa speri di fare, dopo?”. Era una domanda che mi feriva un po’. Era come se tra le righe dicessero che stavo perdendo in partenza, spaccandomi sui libri per poi finire a fare la cassiera in qualche supermercato perso tra i casermoni della periferia. È anche per questo che ho sempre lavorato. Non tanto per non pesare sulla famiglia: per farlo con le mie forze, senza che dopo, se tutto fosse deragliato, almeno avrei potuto dire qualcosa tipo “Va bene, è andata come è andata. Ma è tutto qui, sulla mia pelle e basta”.

«Lavoravo tanto, anche otto o dieci ore al giorno, con i bambini, come baby-sitter, come educatrice in ospedale, laboratori nelle scuole… È anche per questo che i tempi si sono allungati un po’. Ma insomma, alla fine ce l’ho fatta, sono “arrivata” anch’io. Tutto molto bello, ma insieme tuonava questa domanda: e adesso? Già vedevo tuttigli amici “in carriera”, scuotere la testa, come a dire “Va be’, ti sei fatta il tuo giro nel mondo. E adesso? Ce l’hai un lavoro vero?”. Ma la mia strada era la ricerca, e io lo sapevo.

«Un concorso per un dottorato di ricerca di tre anni. Erano disponibili dieci posti, cinque con borsa di studio e cinque senza. Mi sono ritrovata tra ragazzi e ragazze che provavano un concorso del genere non per la prima volta, come me, ma almeno per la seconda, la terza. Ce n’erano alcuni che avevano alle spalle anche otto tentativi.Ero ottimista. Tra me speravo davvero di arrivare tra i primi cinque. Anzi, quasi lo sentivo. Voglio dire: con una borsa di studio avrei potuto continuare il progetto di vita che mi ero scelta, nonostante i pareri contrari. E di fatto avrei percepito uno stipendio. Questo avrebbe dato un forte riconoscimento istituzionale e sociale al mio lavoro. In poche parole: sarei finalmente diventata adulta, a tutti gli effetti.

«Arrivai settima. Peccato. Niente borsa di studio, ma comunque ero tra i vincitori del concorso. In parole povere significava questo: altri tre anni di studio e lavoro. Niente di diverso da ciò che avevo fatto fino a quel momento.

«Quando sono state confermate le borse di studio Pegaso, per il sesto e il settimo posto in graduatoria, ho quasi pensato che fosse un segno del destino. O qualcosa del genere. Per un momento ebbi la sensazione di essere un po’ “guardata dall’alto”, perché le Pegaso erano arrivate proprio in un momento cruciale della mia vita.

«La passione per la ricerca in Storia della Scienza è nata chissà quanto tempo fa, vedere come lo sviluppo del pensiero scientifico si sia legato con quello delle Società e della Democrazia mi ha sempre affascinato. A pensarci è un po’ buffo: nell’intimo ho sempre sognato una carriera accademica, con tutte le difficoltà che comporta una scelta del genere, se fatta in Italia. Non per essere retorica, ma dalle nostre parti è abbastanza complicato ritagliarsi uno spazio d’autorevolezza. Per esempio: ho più di trent’anni, sono sposata. Alle spalle ho un percorso di studio più che dignitoso. Eppure, se partecipo a un convegno come “giovane dottoranda”, sento che la mia autorevolezza è più vicina a quella di uno studente di liceo che a quella di un ricercatore professionista. È assurdo. In Italia sembra quasi che l’età anagrafica conti più dei risultati concreti. Inutile dire che nel resto del mondo sono i giovani uomini e le giovani donne a far muovere le cose, in tutti i campi. Comunque.

«Sognavo la carriera accademica. Se dieci anni fa mi avessero detto che io, proprio io, Laura Parini, un giorno avrei trovato nella ricerca in Storia della Scienza il mio futuro, probabilmente non avrei osato crederlo. È per questo che all’inizio parlavo di “disegno”, di “cose che ti chiamano da lontano”, senza che tu te ne accorga, se non quando ti ci trovi già in mezzo.

«Amedeo Avogadro è nato a Torino, il 9 agosto del 1776. È stato un fisico e un chimico. È sua l’ipotesi che oggi gli studiosi sono abituati a esprimere così: “Volumi uguali di gas diversi, alla stessa temperatura e pressione, contengono le stesso numero di particelle”. Ma Avogadro non è stato solo uno scienziato “di laboratorio”– in effetti un vero e proprio laboratorio non lo ottenne mai, ma si occupò di tantissime altre questioni molto attinenti con la vita reale del Piemonte del primo Ottocento. Brevetti industriali, ad esempio, programmi d’insegnamento universitario, scuole tecniche per la formazione di giovani, dibattiti intorno alla natura di molteplici fenomeni fisici, chimici, ottici…È stato fra i protagonisti di un’Italia in costruzione sul piano scientifico e culturale. A me è affidata la trascrizione di tutti i suoi manoscritti – almeno, tra quelli che sono stati ritrovati e non ancora elaborati, con l’obiettivo di dare un punto di vista più completo e sfaccettato di questo scienziato e del suo contesto storico, in linea con un filone di ricerca che mostra quanto più complessa fosse l’attività degli scienziati del passato rispetto a quello che i manuali scolastici trasmettono un po’laconicamente. Riverserò i documenti nella Biblioteca Digitale Avogadro del Museo Galileo di Firenze, in modo che siano a disposizione di tutti gli studiosi del globo. Ma soprattutto: il lavoro e la memoria storica di questo personaggio non andranno persi.

«Guardare i miei movimenti dalla posizione attuale è affascinante: io che dopo aver perso tempo con Scienze Politiche cambio rotta, e mi iscrivo a Filosofia. I sopraccigli alzati, le battute facili che mi hanno accompagnato nel corso degli anni di studio. Quindi la laurea e il tremore vero, al cospetto della domanda fatidica: e adesso? Le borse Pegaso, che arrivano davvero come una specie di soccorso alato, dal cielo.Insomma, un po’ ti ridisegni, ai tuoi stessi occhi. Sembra quasi il senso vero della vita. E d’un tratto accorgersi che le cose si erano mosse fin dall’inizio per andare a sbattere lì. Fa strano pensare che se un qualsiasi passaggio della mia vita non si fosse spostato nella tale direzione, adesso non sarei qui, a pronunciare queste parole. Un modo come un altro per dire che il caos iniziale della mia vita, forse già conteneva in sé tutte le risposte, ma per me era impossibile vederle. Ti senti come una specie di molecola impazzita, solo per capire successivamente una cosa semplice e banale: le molecole non impazziscono mai, hanno solo delle reazioni. Niente è a caso.Così, un po’ mi sono convinta che forse è nella volontà la risposta primordiale. Quella che anticipa perfino la domanda.

«Tornando con i piedi per terra. I giorni davvero duri sono stati quelli dell’attesa dei risultati. Ero ottimista, è vero, ma allo stesso tempo mi facevo questa domanda: ho lavorato tanto e bene.Ho fatto molti sacrifici per cercare di realizzare i miei sogni e i miei obiettivi.Ora ci sarà qualcuno disposto a crederci quanto me? Qualcuno vorrà investire sulle mie potenzialità? La realtà dei fatti era che il progetto Pegaso era lì, dovevo solo sperare di rientrare tra i dieci meritevoli. Una sera ne parlai con Carla, una mia amica. Notando il mio momento di sconforto, Carla mi disse queste parole, che ancora porto con me: “Senti, io credo che la fortuna di pochi nasca spesso dallo spirito rinunciatario di molti. Sta a te decidere se essere nei pochi o nei molti”.

«E io volevo essere nei pochi. In quelli che ci avrebbero provato sempre, che avrebbero aspettato una porta sbattuta sul muso prima di rinunciare. Si parla tanto di istituzioni assenti, di giovani dimenticati e abbandonati a se stessi, senza futuro. Spesso è così, è vero. Spesso il tempo passa, le contingenze premono… Può accadere che ti ritrovi a trent’anni suonati da un pezzo, e un giorno ecco che ti metti a rifare i bagagli. Ma non per partire, dando alla tua vita il giusto compimento: per tornare a casa, finendo a dormire nel solito letto che ti ha visto ragazzino. È una sconfitta enorme, che può segnarti per sempre. Penso che mandare sprecata l’energia e l’entusiasmo dei giovani sia uno sperpero di risorse indecoroso per ogni società che abbia a cuore il proprio futuro.

«Ma altre volte no. Capita che ci siano occasioni, come è successo a me. Occasioni in cui tutto si ricompone, in cui viene speso qualche soldo in più, in cui qualcuno crede che il tuo lavoro sia importante e che tu sia in grado di farlo. E ti dà una chance. La chance di dimostrare che ne valeva la pena. E questo è un piccolo, inaspettato miracolo di civiltà.

«Quindi, grazie Pegaso. Spero di non deluderti».

Ispirato all’esperienza di  Mariachiara Di Matteo

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