Lucrezia / #studioeformazione

Parla con i capelli

Lucrezia - Studio e Formazione

Raccontare le persone vere è sempre la cosa più difficile. Ci vorrebbero vite intere, e ancora non ci saremmo; se poi si tratta di raccontare persone vere su commissione, allora sì che la sfida diviene ardua, che il rischio di partire con una lente distorta si eleva, che l’agiografia minaccia ogni passo. Per questo, alla mia prima uscita per il progetto Accènti, sento una certa tensione. Come trovare un’occasione di ripartenza, una nigredo che mi permetta di approcciarmi in modo neutro alle persone e alle storie? Mi vengono incontro il fato e la geografia: è il caso infatti a volere che la prima tra le “beneficiarie” a farsi sentire sia Lucrezia Cellai, dottoranda in neurofarmacologia di San Giovanni Valdarno. Lavora in un laboratorio universitario a Firenze, ma avendo notato già durante lo scambio di mail che siamo entrambi valdarnesi, non abbiamo resistito alla tentazione di saltare direttamente la città e trovarci in paese, approfittando del giorno in cui scendo a trovare i miei. Prendo così il mio bravo treno da Montevarchi, e dopo cinque minuti eccomi in piazza Matteotti, la larga lingua di cemento munita di rotatoria che si estende di fronte alla stazione dei treni di San Giovanni Valdarno. Ritrovarmi ad aspettare una ragazza qui, mentre scende una sera umida, mi fa un effetto strano, mi porta indietro di quindici o anche vent’anni, quando, senza macchina o motorino, gli appuntamenti si fissavano alla stazione di questo o quel paese della vallata, e sovente, come in questo caso, al tardo pomeriggio, per via di veti genitoriali alle uscite dopo cena; ricordo poi come, mai senza imbarazzo, si portava la ragazza che aveva (incredibilmente) accettato di uscire con noi in uno dei pochi e miserandi posti che conoscevamo, da ragazzini che non eravamo altro; un bar, un parchetto, una pizzeria al taglio.

L’appuntamento con la dottoressa Lucrezia Cellai è di ordine diverso in quanto professionale, ma l’imbarazzo è garantito dal curioso rapporto che, a prescindere, ci lega: lei la “beneficiaria”, io lo scrittore che deve raccontare la sua esperienza. Quando arriva, la scena mi riporta alle suggestioni di cui sopra: scende da un’auto, probabile che alla guida ci sia il fidanzato o un amico, ma mi viene naturale, ormai in pieno transfert adolescenziale, immaginarmi un padre, che si offre di accompagnare la figlia innanzi tutto per monitorare con che razza di soggettacci si vada a confondere (che poi, com’è noto, peggio degli scrittori non ce n’è), e l’aspetto di Lucrezia, che non è quello di una scienziata, sia perché dimostra almeno dieci anni meno dei suoi ventotto, sia perché si presenta con un cappotto rosso e degli stivali inzaccherati di fango che fanno pensare a una Dorothy o un’Alice di ritorno da Oz o dal Paese delle Meraviglie, non fa che confermare la suggestione. Imbarazzatissimi, dopo aver incocciato la saracinesca chiusa di uno dei bar più malmessi della cittadina, optiamo per la più vicina pizzeria al taglio, un ben noto buchetto, interamente arredato in plastica.

E tuttavia sono contento di cominciare con una valdarnese, è la mia salvezza: la mimica e la parlata di Lucrezia sono le mie e quelle dei miei amici d’infanzia e di adolescenza, posso specchiarmi in lei e penso che forse, avessi attaccato con altri “beneficiari”, di Firenze o addirittura di altre città toscane, sarei stato in preda a un impaccio anche maggiore. Le birre – curiosamente la piccola pizzeria si è aggiornata rispetto ai miei tempi, e vende “ale” artigianali – danno una mano a scioglierci. Lei sembrerà pure una ragazzina ma fissa subito paletti da scienziata: attacca con la modulazione dei recettori adenosinergici, prosegue con l’importanza cruciale della medesima nei modelli sull’ischemia cerebrale, mi inchioda con i dati, mi costringe a recuperare da aree polverose del cervello quella magra dote di biologia ricevuta in terza liceo, così da inquadrare almeno in via generale di cosa stia parlando. Parla con i capelli, Lucrezia Cellai, che sono ricci e mobili e dalla forma curiosa, sono vivi e reattivi, sonde, antenne o strumenti di campionatura, ricordano quelli di certi vecchi personaggi di Davide Toffolo, e nei suoi gesti, nelle code delle sue frasi, ritrovo mille echi, tutto il Valdarno che conosco, quello che ho odiato a morte e quello a cui voglio ancora bene.

Via mail aveva scritto che la sua storia «non ha niente di appassionante »: sarà che invecchiando si diventa sentimentali, ma di appassionante ci trovo molto, nella storia di una donna che ha il sogno della scienza e, pur arrivata seconda nella graduatoria per il dottorato, riesce a coltivarlo grazie a un supporto pubblico. Ha appena finito il primo anno di ricerca, Lucrezia Cellai, e si avvia al secondo; si illumina nel dirmi che la borsa Pegaso è «addirittura meglio» per lei, dato che prevede l’obbligatorietà di un esperienza all’estero; si rabbuia quando deve spiegarmi che «non è l’università che non mi vorrebbe, è che non può permettersi di avermi», spazia tra l’epigenetica e il Ponte alle Forche dove vive, tra il CUBO di Viale Pieraccini, sede del suo laboratorio, e il campo brullo che ha dovuto attraversare a piedi per prendere il treno, qualche ora prima, passa dalla custodia cinese del suo cellulare alla linea cellulare delle ovaie del criceto cinese (ottima, pare, per gli studi del suo team, a causa dell’assenza di ectonucleotidasi) tra la misura di una picomole e la cromatografia liquida ad alta prestazione, è tutta emozioni quando arriva a dirmi quanto sia importante, nella pratica sperimentale, «non perdere la fiducia in una prima intuizione, saper continuare ad aver coraggio anche quando ancora non si scorge la luce in fondo al tunnel», e proprio quando sto per cadere nella trappola della retorica, e pensare «ah quanto è superiore la scienza alle futili vanità dell’arte», mi taglia con lo sguardo e mi blocca con un «certo che a fare lo scrittore ci si deve fare un bel culo», e capisci quanto in realtà siete vicini: tanto lavoro, denaro poco, e la stessa motivazione. «La scienza», sono del resto le parole con cui mi congeda, «la si sceglie per amore».

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