Sara e Irene / #tirocini

A metà del guado

Sara e Irene - Tirocini

Quanti anni ho invece, mi chiedo, mentre procedo alla volta di Sara Pepe e Irene Rovai di Kyrs? Non c’è più imbarazzo, ormai, nella mia ricerca: io stesso mi sento come sopra un flusso. Nel raccontare queste esperienze trovo innanzitutto suggestioni intime, ripercorro gli anni della mia formazione («gli anni della formazione!», viene alla mente Meneghello che scriveva «a ventun’anni completai la mia formazione… » incredibile pensare che oggi quei sei anni siano facilmente anche venti…): a che punto sono io, o meglio il me trasfigurato, adesso, dopo Lucrezia, e Giulia e Serena? A metà del guado, probabilmente, a una decina.

Sono un giovanotto sui venticinque, ormai: via San Gallo, dove la Kyrs ha sede distaccata – la casa madre è infatti a Montespertoli – evoca del resto quegli anni, è zona da veterani di facoltà, da fuoricorso impenitenti, e forse ai tempi anche un po’ più gaudenti di quanto non ci si possa permettere di essere oggi, in questi anni, come si suole dire, “di crisi”. Quante volte l’ho percorsa, tra mensa, aule studio di Storia, librerie e passaggi tra Brunelleschi e San Marco, nei lustri, il futuro una massa oscura ma non troppo fredda, non troppo minacciosa…

Appena però varco la soglia della bella libreria per ragazzi che occupa il piano terra del palazzo dove lavorano le mie due “beneficiarie”, la suggestione pomeridiana si spegne e mi trovo immediatamente trasportato in quel periodo di ricerca di lavoro, di stage, di tirocini, che affiancò e seguì i miei ultimi anni di università, come del resto ormai ineludibilmente affianca o segue quelli di chiunque, per di più col dubbio del “ci sarà mai una fine?”. Entro in punta di piedi, un uomo dall’aria mite mi squadra e poi, fatti che ho i nomi delle due ragazze, me le va a chiamare; le attendo sfogliando un libro che spiega l’arte ai più piccoli e un altro che insegna la lettura a chi soffre di dislessia; sfioro gli scaffali, sbircio qua e là i movimenti della gente che lavora dietro le quinte. C’è un clima rilassato, ma in realtà solerte e operativo, da alveare; e mi trasforma e plasma, ricettivo come sono diventato, tanto che già mi sento a mia volta un aspirante tirocinante: di certo penso che non si deve star male, a lavorare lì, in mezzo a quei colori pastello. E Sara e Irene, oggi collaboratrici a progetto, sono entrate in Kyrs proprio grazie a un tirocinio, pagato da Giovanisì. È la prima cosa che mi spiegano (Irene intanto mi è venuta a prendere, mi ha condotto nella stanza dove hanno sede le loro postazioni digitali, mi ha presentato Sara), mentre chiudono le pratiche in corso e i laptop e poi, come scivolando, o camminando sospese a qualche centimetro da terra, mi guidano attraverso i curiosi meandri dell’alveare, un edificio che incanta sempre di più, a ogni metro che facciamo nel suo ventre: quasi diventa una Fabbrica di Cioccolato di Willy Wonka in versione editoriale, nel suo trasformarsi pian piano, a ogni angolo, da libreria in laboratorio, e poi in una sorta di ufficioabitazione, in continuo susseguirsi di angoletti, salottini e relais, uno più ameno dell’altro e tutti ben protetti da muri tappezzati di stampe e librerie ricolme – addirittura, in un angolo più riparato, ecco una BUR anni ’50 e ’60, e completa! Quasi mi fermerei, ma Irene e Sara proseguono, coi loro movimenti sicuri, da formiche o da api, e non posso che seguirle.

Mi portano in quella che deve essere, a un tempo, la sala da pranzo e di riunione, e subito si piazzano a sedere, lì, anch’io mi accomodo e le guardo, una alla mia sinistra e l’altra alla mia destra, tagliate dalla chiara luce che entra dal finestrone che dà sull’immancabile corte interna di marca fiorentina – e meno male: non ci fosse stata, di fronte a un posto così ben allestito, rilassato e pieno di libri, e che dà lavoro a ragazze così giovani, avrei finito per credermi a Stoccolma o Copenhagen –, rilassate e sicure, in piena confidenza con la sede e col proprio ruolo. Ruolo che per di più è tecnologico! Sarò forse avvelenato dalle tragiche narrazioni dell’Italia che danno i media, ma scoprire che qui a Firenze c’è chi addirittura lavora nell’Internet Technology mi dà piacere, e con gioia le ascolto mentre, una da un lato e l’altra dall’altro, in stereo, completandosi le frasi in alternanza come certi personaggi dei fumetti, mi spiegano di Kyrs (che sta per Know Your Rights), di come «operi nell’ambito delle piattaforme collaborative per la condivisione della conoscenza, l’ottimizzazione dei flussi di lavoro e dei processi produttivi, al fine di valorizzare l’intelligenza collettiva insita in ogni organizzazione », e del prodotto specifico su cui lavorano, Yoo+, sistema di social networking per gli intranet aziendali.

Sara, classe ’85, sguardo acuminato e già una lista piuttosto lunga di esperienze precarie (LIDL, Lottomatica, Juice, Coop) prima di approdare a Kyrs, è quella che si occupa del marketing operativo: «il mio compito è cercare potenziali clienti, creare le presentazioni e stabilire il primo contatto», dice sotto il ciuffo. E Irene, dell’87, alcune collaborazioni editoriali alle spalle, entra in scena subito dopo tale contatto: «una volta stabilito il contatto commerciale, mi occupo di declinare il prodotto sul cliente, a seconda che occora una piattaforma social o di formazione, che serva aperta o chiusa, e di quale sia l’ambito: si lavora con vari mercati, su cui è predominante l’editoria specializzata».

Pesco una nocciola da un contenitore sul bel tavolo di legno. Le guardo. «Ci state bene, qui, eh?». Sono i loro occhi a rispondermi.

«In questo posto non si timbra il cartellino, ma si lavora straordinariamente », dice poi Irene mentre alle orecchie giunge il suono di qualche loro collega che armeggia in cucina. Parliamo, prendo appunti, sgranocchio. Quando per loro è tempo di tornare ai terminali, mi invitano a venire di nuovo con loro e le seguo, piano, godendomi di nuovo la tana; mi mostrano Yoo+, le discussioni della gente al suo interno, poi scatta il rito delle foto, grandi sorrisi, luce dai finestroni, libri tutto intorno; esco pensando che ho un futuro: un presente, forse.

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