Giulia e Serena / #fareimpresa

Sotto la porta del Paradiso

Giulia e Serena - Fare impresa

Realizzo di essermi cacciato, con questa storia di Accènti, in una sorta di inaspettata autoallegoria, di percorso cronologico- iniziatico, mentre raggiungo Giulia Marziali, la seconda “beneficiaria” (in realtà prima parte di una coppia, con la socia Serena Scalella). La vado a trovare infatti in Piazza del Duomo, per la precisione al Battistero, giusto accanto alla Porta del Paradiso del Ghiberti: come per gli adolescenti valdarnesi le stazioni dei treni dei vari paesi erano i più naturali punti di ritrovo, così da sempre piazza del Duomo lo è per gli universitari o i lavoratori alle prime armi, arrivati a Firenze a vent’anni e ancora privi di punti di riferimento migliori. Si fa presto poi ad abbandonarla, in favore di luoghi meno destrutturati dal troppo turismo, che non siano stati paradossalmente resi anonimi dall’eccesso di identità, ma le prime volte che si fissa un appuntamento a Firenze, è sempre in Piazza del Duomo. Così, il me stesso che ho ricreato nel tentativo di assorbire senza pregiudizio queste esperienze, trova, dopo una prima adolescenza in Valdarno, i vent’anni qui al Duomo, come ai miei effettivi inizi in questa città.

Né in questo caso c’è pianificazione: io, semplicemente, abito vicino, e anche Garbage’En, l’azienda di moda messa su da Giulia Marziali insieme a Serena Scalella e alla spagnola Sanint_ dra Muñoz Sanchez, ha il proprio showroom a pochi passi. Così, sotto una pioggia grigia e leggera che nel suo essere autunnale, più che marzolina, rimanda proprio ai giorni in cui si aprono gli anni accademici, eccomi a incontrare Giulia; quando la identifico, dopo uno scambio serrato di messaggi, quasi mi viene naturale chiederle se mi ha portato le dispense o gli appunti di questo o quel professore.

«Che si fa allora, mi intervisti?».
«Adesso vediamo…».
Entrambi poco amanti dei locali turistici del centro, ci spostiamo in via dei Ginori, in un bar esso pure punto fermo degli universitari, e lì provo a indagarla. Rispetto all’incontro con Lucrezia Cellai sono più sciolto, il me stesso universitario è del resto altra cosa rispetto a quello dei tempi del liceo, e poi con Giulia non c’è bisogno di gran maieutica: tracima un’energia brusca, quasi violenta, intimamente fiorentina, sorta di continuazione in linea diretta, viene da pensare, di quella delle antiche Arti, che del resto, prima ancora che a tutto il resto, giravano proprio intorno agli abiti.
«Mettiamolo subito in chiaro», mi fa guardandomi in tralice, quasi fossi io stesso un funzionario della Regione, «ancora i soldi mica sono arrivati». E una volta messomi a posto va a occupare la superficie del tavolo davanti a sé, pescando catalogo, appunti e portafoglio da una bella borsa verde scuro, dalla forma che rimanda vagamente a quelle di Mirò.

«Vostro prodotto?», chiedo sperando di colpire nel segno.
«Certamente».
Da lì parte a raccontarmi del suo incontro con Serena all’Istituto Statale d’Arte di Firenze, e poi con Sandra, arrivata da Granada e oggi amministratrice dell’azienda, e di come nel 2011 nacque il progetto, prima con le cinture, poi con le borse, infine ampliandosi anche come concept store, tutto sviluppato su due livelli: lei e Serena disegnano gli oggetti, mentre la produzione è affidata ad artigiani del territorio: un anziano incisore fiorentino per le fibbie, concerie di Santa Croce sull’Arno per i materiali, una pelletteria di Lastra a Signa per il trattamento; mi racconta la soddifazione di «fare da subito qualcosa di nostro», ma anche lo scontro con i costi, assai elevati, richiesti per la partecipazione alle fiere del settore, essenziali per stabilire contatti commerciali, da cui la decisione di far la richiesta «di questo prestito alla Regione, e speriamo arrivi veloce».

Ha le idee chiare, la Giulia, parla di sviluppo di nuovi punti vendita, di sito da potenziare, di fiere nazionali e internazionali da percorrere in lungo e in largo per lanciare la linea nel mondo, «perché si parte dal locale, ma la diffusione ormai deve essere globale».

Tempo di finire il caffè e già mi conduce a vedere il negozio: sta accanto alla Casa di Dante, e allora ripieghiamo da via dei Ginori attraverso il Duomo, lei ha l’ombrello e me ne offre la metà, ma tira, è inarrestabile, alla fine sto sempre mezzo sotto l’acqua, e neanche riesco a portarla a seguire un percorso interno, tra le viuzze, dove magari grazie alle grondaie ne prendo un po’ meno, no, no, lei è una che va a diritto, che procede per angoli retti, imbocca via Calzaiuoli e gira solo quando siamo all’altezza giusta.

Dietro al banco del negozio, tutto colori caldi e toni di terra, parquet a terra, ci aspetta Serena, sorta di negativo della socia, languida e sorniona laddove Giulia è brusca e diretta: si completano, fanno una bella coppia. C’è ancora aria di allestimento, nello spazio, fanno mostra di sé le loro borse e cinture, ma anche le realizzazioni di artigiani con cui Garbage’En ha stabilito contatti e “scambi”: le calze di un’artigiana israeliana, la bigiotteria di pregio del loro stampatore, scarpe Alice Starck, pagliette e completi di maglia eclettici.

«Siamo consapevoli che il periodo è duro e che la credibilità di un marchio non si sviluppa all’istante», dice ancora Giulia, «ma con questo sostegno e un po’ di tempo, pensiamo di farcela. Vieni, guarda».

Non si ferma mai, Giulia, e mentre Sandra ci scruta di sottecchi dal banco con un mezzo sorriso, mi porta alla parete in fondo, alle borse, il loro orgoglio:
«La tradizione pellettiera a Firenze, nonostante la svendita e lo svilimento di tante botteghe nelle zone del centro, esiste ancora», dice, e mi spiega le pelli – la vacchetta, il capretto, l’agnello, la razza – e poi le stampe, quella a elefante, a coccodrillo, a iguana… Me le fa sfiorare, mi fa apprezzare il texture: «Noi ci crediamo», mi dice ancora. «E ce la faremo», fa eco Sandra dall’altro lato del negozio, con gli occhi di chi la sa lunga; classe ’86 entrambe, così tanta decisione. Esco dallo showroom ringiovanito, come uno studente ai primi anni di università (o fresco d’Istituto d’Arte, perché no), pieno di dubbi, certo, ma pronto a iniziare chissà che imprese.

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