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Superstizione della comprensione

Francesco - Casa

Quasi quasi ci attacco qualche manifesto. Di solito lo fanno gli attori falliti, consacrano sui muri scrostati i bei tempi che furono, l’immagine di un successo sfiorato e già perduto. Ma perché aspettare, questa casa è mia, potrò pure segnare il territorio, affermare chi sono. Perché io questo lo so, lo so da quando ho sette anni, da quando salii sul palco e dissi:
«Vicienz m’è padre ‘a me».

E lo so ogni volta che respiro e il pubblico respira con me.
Esco a prendermi un caffè. Al bar Elisa, che ancora mi chiedo chi sia. E se scopro che è proprio lei, la ragazza cinese che lo gestisce, sono contento. Perché Colle è così. Cinesi, islamici, albanesi. Tutti mescolati. Che poi fanno finta di litigare ma in realtà sono già integrati. E se cammini per i vicoli, Siena è davvero lontana, pensi piuttosto a Napoli, a Palermo, a qualche periferia degradata, e nell’aria senti come una ferita, una voglia di riscatto. E io è qui che voglio fermarmi e fare della mia casa un porto di mare, un crocevia di idee viaggianti.

Ufficio anagrafe. L’impiegato mi studia di sottecchi. Nome, cognome, residenza. Sono preparato, rispondo senza esitazioni, quello si stupisce:
«Non credevo fosse italiano».
«E ora mi dica la professione».
«Sì, certo», scandisco fiero,
«sono un attore».

Le sue dita si sollevano dalla tastiera del pc. Mi guarda come se avessi detto:
«Salve, sono Jack lo Squartatore».

Poi sorride e piega la testa in un forzato tentativo di condiscendenza.
«Ha fatto qualche film? È andato in televisione?».
«No, faccio teatro».
«Scrivo disoccupato?».

Ora, lui penserà che il teatro sia inutile e avrà anche ragione ma come faccio a spiegarglielo? Dovrei dirgli che se è utile non serve, ma questa è una contraddizione e allora sarà ancora peggio, penserà che sono pazzo. La storia dell’improduttività deve finire, è una canzone che ha fatto il suo tempo. Prendi Novara di Sicilia, il baratto culturale. Siamo stati un mese là e la voglia di far musica è tornata, la banda del paese si è riunita. E questo è un esito materiale e non spendibile, è gioia senza profitto. O quella volta in cui ogni spettatore ha donato un libro e ha fatto rinascere la biblioteca del paese. “Biblioteca” è nome di cosa concreta. Lo sa questo l’impiegato?

Se passo per disoccupato ogni partita è persa, avrà vinto quella vecchia canzone.
«No che non può scriverlo, mi faccio un mazzo così». Forse ho esagerato un tantino ma mi guarda come se svaligiassi appartamenti. E poi dice che lui il teatro lo conosce, cosa credo, che spesso va alle cene con gli spettacoli inclusi, quelli che mentre azzanni una coscia di agnello devi indovinare l’assassino e vinci anche un premio. Poi, per darsi un tono, aggiunge che suo cognato fa teatro con i carcerati, tutti ergastolani ma che in fondo sono buoni e non gli hanno mai torto un capello. E io che teatro faccio? Vuole un aggettivo l’impiegato, superstizione della comprensione. Puoi farlo con i matti o gli handicappati, gli anziani o gli adolescenti inquieti. Può essere sociale o d’impegno civile, popolare o sperimentale. Teatro da solo non è mai abbastanza. Se proprio lo vuole sapere adesso lo sistemo io.
«Teatro dei sintomi», dico lanciando la sfida.
«Allora le porto mia zia, è piegata in due, magari la raddirizza ».

Ora, dovrei spiegargli che cerco di intercettare i sintomi per risalire agli stati di necessità, come nelle lingue antiche in cui non c’è distanza tra il segno e il bisogno di espressione ma l’impiegato, ormai lo so, mi chiederebbe di curargli il mal di denti.
«Le va bene se scrivo dottore?».
«Magnifico. Peccato solo che non sia vero».
«Facciamo studente?».
«No, facciamo attore».

D’un tratto sono serio, minaccioso, fronte corrucciata e braccia incrociate. Lui mi guarda come mi guardava mia madre quando al supermercato le chiedevo l’ovino kinder, come a dire che sono incorreggibile, un autentico birichino, ma che lei ha un cuore d’oro e cede ai capricci della sua creatura. L’impiegato sorride e batte i tasti, scandendo a voce alta «A-T-TO- R-E», come se mi facesse un enorme favore.

Torno a casa come si torna da una battaglia, tra le mani lo scalpo del nemico, la mia carta d’identità immacolata.

E stasera, ho deciso, attaccherò un manifesto sul muro, per dire che non sono un ladro, né un disoccupato, e neppure uno studente o un assassino. È scritto qua, nero su bianco, sancito finalmente dall’istituzione.

Ma prima mi fermo da Elisa, che come lo fanno i cinesi, il caffè, non lo fa nessuno.

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