Eleonora / #tirocini

La lunga trafila

Eleonora - Tirocini

“Se vuoi aprire il racconto con una suggestione paesaggistica… guarda te la do’ subito… per me è stato un idillio… Da dove ho fatto il tirocinio io si vede tutto. Ma tutto, eh? Da una parte tu’ vedi Vinci. Dall’altra vedi i colli. Oddio non i colli… i monti più che altro… Quando nevicò si vide anche i monti con la neve…”

Incontrare Eleonora non è semplice. E infatti non è stato proprio, nel senso che non ci siamo incontrati. Anzi, una volta sì, ma è stato brevissimo e poi c’erano altre persone e le voci s’alternavano e le teste rullavano da una parte all’altra del tavolo. Disse solo:

“Mah, io non è che abbia da raccontare più di tanto.”

Sarà. Però quando parte, Eleonora, è un razzo. Non si ferma più. Non sente ragioni. E’ capace di stare quindici minuti d’orologio senza tradire il bisogno d’un sospiro o d’una domanda, di un “Sì… sì… ti seguo…” buttato lì alla buona dall’interlocutore. Lei parte, e va. Sparata all’orizzonte. Finché non la fermi. E anche quando la fermi è molto probabile che prosegua. Alla fine ci siamo sentiti al telefono. Un pò di volte, perché eravamo sempre di fretta e lei doveva fiondarsi a studiare o a fare una visita e io a lavorare di là e lei a cosare di là… Parecchie volte. Tant’è che il nostro non è stato un incontro. Piuttosto un collage di momenti, un montaggio cubista di voci, dove ai volumi baritonali del primo mattino si sono sovrapposte le sventagliate urlanti dei pomeriggi in mezzo al traffico e gli squilli a vuoto e le frasi rubate, sussurrate a mezzogiorno in pausa pranzo “ti richiamo dopo… Ciao.”

Eleonora si è laureata lo scorso Aprile. Dopodiché si è presa una pausa. Si è riposata. Poco, ma si è riposata. E poi ha cominciato la lunga e condivisa trafila dei laureati. Il loro vero lavoro: cercare lavoro. Otto ore al giorno piene- senza pausa pranzo e gonfie di straordinari non retribuiti- ad attendere che la cartoleria all’angolo apra (perché la stampante di casa si è guastata), pagare il costo di una ricca cena per stampare una risma di curriculum (rigorosamente europeo e con la foto distinguibile del candidato) e poi andare, gambe in spalla, a bussar porte e suonar campanelli, a prendersi grasse e misericordiose risate in faccia, o porte, o insulti, a elargire sorrisi di convenienza, chiedere informazioni, spargere curriculum in musei, uffici, negozi, bugigattoli, cassette delle poste, cassonetti, abbassando sempre di più il tiro, e la pazienza, sempre di più, fino a finire chiusi in casa a fare la stessa cosa, l’identica lunga e illusoria trafila virtuale, premendo pulsanti, attendendo risposte, digitando, sempre più chiusi in casa, sempre più.

“E infatti tutti me lo dicevano, eh? <<Bah, con una triennale in lettere, Eleonora… icchè t’aspetterai mai? Bah, che credi di trovar lavoro subito? Bah qui, bah lì, bah giù, bah sù…>> E allora mi sono stufata di aspettare e sono andata al centro per l’impiego… ma questo te l’ho già raccontato quando ci siam visti… vuoi che te lo ripeta? Insomma andai lì per sapere se c’era qualche offerta di lavoro- anzi in realtà andai per informarmi su questi tirocini perché non ci si capisce mai nulla su tutte queste cose che vanno di moda ora, tirocinii, borse qui, borse lì… Praticamente andai a informarmi e so’ stata fortunata perché c’era questa ragazza… se vuoi ti dico anche come si chiama, vuoi che te lo dica? Simona, si chiama. C’avrà la tua età… e lei m’ha indirizzato a…”

La storia di Eleonora somiglia ai nostri incontri. E’ tutto un tentare e un interrompersi, uno slancio troncato, un momento di mezzo, un dimenarsi fra orari e agendine, fra corse a perdifiato, incontri millesimali, appuntamenti disattesi e lavori a mezza giornata. Dopo la Laurea in Storia dell’Arte Eleonora è venuta a conoscenza dell’iniziativa della Regione Toscana (che ha pagato metà del suo tirocinio) ed è stata indirizzata al Museo Leonardo da Vinci, “non quello a Vinci Vinci, quell’altro. A Anchiano. Fino a due anni fa ci potevi entrare gratis, ora invece l’hanno restaurato. Ce l’hai presente? Dai, quello dove c’è anche l’ologramma… un bel restauro hanno fatto. Dai, ci son stati anche dei servizi alla televisione, e insomma ora hanno messo il biglietto d’ingresso.”

Eleonora è stata sei mesi al Museo Leonardiano. A strappare biglietti, fare cassa, controllare le sale e organizzare i questionari dati agli utenti del museo. Non è stata un’esperienza di vita professionale edificante. Eppure, Eleonora, è stata bene. Coi colleghi. Nell’ambiente. Certo, le lunghe giornate invernali, quando sui monti brillava la neve e mai un visitatore e mai un turista e solo silenzio, non finivano mai. Però staccarsi dagli studi, alzare il capo dai libri e doversi arrangiare l’ha costretta a confrontarsi con aspetti personali che parevano sopiti o abbandonati per sempre. Al liceo aveva imparato l’inglese, lo spagnolo e il tedesco; al museo ha avuto modo di parlare con orde di stranieri, bavaresi, andalusi, londinesi. Allo stesso modo col computer. “A scuola qualcosa s’era fatto- dice- ma le solite cavolate dei grafici… al museo ho imparato a usare una quantità di programmi per organizzare tutti quei questionari…” Il museo è stato una specie di tuffo pratico di cose di cui Eleonora possedeva perlopiù una conoscenza teorica, l’ha costretta a attivarsi. A muoversi, soprattutto. A spostarsi, per la precisione. Perché Anchiano dista da Empoli sessanta chilometri e a piedi non è semplice andarci. Bisogna prendere la macchina. Per anni era rimasta lì, incastrata nelle pieghe del portafoglio, un fogliaccio elettronico impolverato, una specie di foto ricordo che salta fuori in mezzo ai biglietti del tram, agli scontrini sbiaditi, al biglietto d’un vecchio ristorante in cui ci si è trovati bene e in cui torneremo, un giorno, chissà quando e poi, eccola, che risalta fuori, come un idolo antico- la Patente- un giorno, due giorni, tutti i giorni, per andare su quei tornanti, per prendere quelle curve a gomito, e a volte magari far anche retromarcia su quelle pettate perché c’incontri un furgone o un camion e lì, se metti una ruota appena fuori di carreggiata…

” A volte sono scesa di macchina e ho dato le chiavi al tizio della macchina di fronte. Perché se lì sbagli, vai dritto nelle scarpate a far compagnia agli ulivi, eh? Avevo preso la patente a diciott’anni… Però siccome sto in centro a Empoli… non l’avevo mai usata. Sicché il tirocinio è stato utile anche da questo punto di vista… insomma, diciamocela tutta: è stato anche uno stimolo per levarmi un ditino di culo, perché se tu stai sempre lì sui libri, avoglia te… ”

Quella di Eleonora è stata un’esperienza senza sbocchi lavorativi, tant’è che adesso si arrangia, si fa in quattro, balza da una parte all’altra di casa, e di Empoli, a furia di faccende da sbrigare in casa e mansioni e commissioni. In compenso, però, ha realizzato come proseguire. “Finchè uno studia non ha idea di capire icchè vo’ fare da grande.” Il tirocinio è stato un primo passo nel mondo del lavoro. Per comprendere come funziona al di là degli studi.

“Io so che che tanti miei coetanei continuano a studiare perché hanno paura di questo famigerato mondo del lavoro che pare ingoi tutto e tutti. Io ho voluto vedere di persona.”

E infatti, dopo l’esperienza al Museo Eleonora ha deciso che tornerà a studiare. A studiare per poi tornare a lavorare. Stavolta, magari, senza dannarsi nella lunga e disordinata trafila, mandando curriculum a destra e a manca, ma con un obiettivo preciso: diventerà un’insegnante. Il tirocinio non sarà servito come ponte verso una professione sicura, ma le ha dato la possibilità di capire quale sarà la sua professione futura. E di immergersi in un mondo che aveva vissuto solo da lontano e per sentito dire.

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