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Le banche e i meloni

Alessandro - Fare impresa

Alla fine, dice Alessandro, sono le banche che rovinano tutto. Altro che la grandine. Che comunque è cattiva, e basta pensare a due anni fa: quanta roba sciupata, quanti soldi persi, dice Alessandro, e ancora non ci siamo ripresi. Però, se le banche ci aiutassero, sarebbe tutto diverso.

Le banche, dice Alessandro. Che ti fanno rabbia ma poi finisci per raccomandarti, consapevole che il futuro dipende anche da loro. Ne ho girate tante, dice, negli ultimi mesi. Ci vado con il babbo che ha più esperienza, con lui mi sento più sicuro. Ci sediamo e dispieghiamo fogli, documenti, e quelli guardano e leggono, ascoltano e dicono bravi, bello, davvero interessante, progetto lodevole, vi faremo sapere.

Vi faremo sapere, dicono le banche, e magari è venerdì mattina.
E poi davvero ti chiamano, talvolta anche presto, per esempio il lunedì.
E dicono: no, ci dispiace, non si può fare.
Che cosa vuol dire non si può fare? No, ci dispiace, no.
E così la banca dopo, la volta dopo, sempre.
E allora che senso ha? Che senso hanno avuto quest’avventura, il tempo e le forze e le speranze sprecate fin qui?

Allora meglio i meloni, dice Alessandro. Meglio le vigne e i pomodori, il trattore, le fragole, le mie colline di Suvereto. Ed è lì che torna, sempre, con i piedi e con le braccia ma anche con la mente, con gli occhi, mentre parla d’altro, di bandi e finanziamenti e uffici e banche, sempre le banche, che forse alla fine uno spiraglio si è aperto, vediamo poi se diventa porta.

Perché io da lì non verrei mai via, dice Alessandro. Non credo di voler cambiare vita. Sono nato a Massa Marittima, ventisette anni fa, ma ho sempre abitato a Suvereto, località San Giovanni, dodici chilometri dal mare, in provincia di Livorno. Bellissimo. È lì che ho fatto le scuole, elementari e medie, e poi ho continuato gli studi a Piombino. Anche se a parlare di studi, mah, dice Alessandro, e abbassa gli occhi e sorride. La matematica l’ho sempre odiata, però mi piacevano la storia e le scienze. Mi segnai all’ITI, a Piombino, avrei scelto l’indirizzo di Elettronica, ma andò male. Fui bocciato due volte. Decisi di smettere. Poi ho recuperato, con un corso ho preso un attestato che vale come il diploma. Ma studiare non mi tirava. Io ho sempre visto la gente lavorare. I miei genitori, il nonno, gli zii. L’azienda agricola era la casa, la vita di tutta la famiglia, e già quando tornavo da scuola mi capitava di dare una mano, perché il lavoro nei campi non finisce mai. E poi mi piaceva il trattore. Mi affascinava. Vederlo guidare, salirci sopra.

Tutto era cominciato con un allevamento bovino, messo su dal nonno; adesso gli animali non ci sono più, ma per il resto non ci facciamo mancare niente. In tutto, tra l’azienda di mio padre e l’uliveto mio, i terreni di proprietà e quelli in affitto, abbiamo una cinquantina di ettari con vigne, piantagioni, frutteti. Tutto certificato biologico. Facciamo il vino, l’olio, ed io cominciai proprio con i lavoretti più semplici, raccolte dell’uva e delle olive, che poi sono comunque faticosi. Niente a che vedere con le angurie, s’intende, dice Alessandro. O con i meloni.

Perché le angurie pesano molto, è vero, sono più grosse e scomode, ma i meloni, quantitativamente, sono di più. I meloni sono tanti. I meloni ti ammazzano. Devi passarci ogni giorno, specie quando fa caldo, perché maturano in fretta e ce ne sono sempre tanti, troppi, che ti aspettano per la raccolta. Li metti in un secchio, sette o otto, e poi lo alzi e lo rovesci nei cassoni, sul trattore. Cassoni che da pieni peseranno due quintali e mezzo. Secchi che all’inizio sembrano leggeri, volano, ma dopo un po’ si appesantiscono, diventano macigni. E fanno gridare le braccia, la schiena. Cassoni che ne riempi anche sessanta, in una giornata buona. Lavoro che è durissimo, a volte, ma non lo cambierei mai. Per fare cosa, in una fabbrica a pigiare lo stesso pulsante per tutta la settimana? Oppure rinchiuso in ufficio, in mezzo alla città, nel caos, dove ti manca l’ossigeno?

Perlomeno lì c’è un silenzio stupendo, dice Alessandro. C’è quell’aria bella, pulita, che riempie i polmoni. A pensarci adesso avrei potuto studiare agraria, ma pazienza. Non appena maggiorenne sono stato assunto come bracciante, operaio agricolo, e va bene così. È un lavoro che s’impara facendo, e non ci si annoia mai. Prendi un giorno d’estate. Sveglia alle sei, colazione veloce, in famiglia, poi giù a preparare tutto perché alle sette arrivano gli operai e non vanno fatti aspettare. Cogli meloni, tanti meloni fino alle dieci, poi passi alle angurie, poi datterini e ciliegini, poi pranzo tutti insieme, poi attacchi il trinciaerba e vai a ripulire il frutteto, poi passi alla vigna. Voglio dire: in un giorno ne cambi tanti, di lavori, e tanto più cambiano da una stagione all’altra. D’inverno ci sono la serra e i tunnel, si fanno perlopiù cavoli e bietole e verdure di stagione, ma anche qualcos’altro. Non finisci mai, credimi, dice Alessandro.

Che poi, dall’anno scorso, abbiamo una bottega tutta nostra. Un vecchio distributore dismesso, tra Suvereto e Venturina, già trasformato in negozio da un tipo che poi aveva deciso di chiudere, perché non producendo in proprio faceva molta fatica a rientrarci. Così l’abbiamo preso noi, insomma mio padre, e ci sta soprattutto mia madre, e vendiamo esclusivamente prodotti dell’azienda, dall’ortofrutta all’olio ai barattoli di pomodoro, adesso anche dei sughi pronti con melanzane e peperoni. Buonissimi, per la pasta e i crostini. Tutto biologico, tutto dell’azienda. Infatti, una bottiglia d’acqua non ce la puoi comprare, ma il vino sì: due tipi di rosso, un bianco e un rosato. Tante soddisfazioni, moltissimo lavoro.

Non si finisce mai.
Gli operai senegalesi, ecco, loro sì che fanno una bella vita. A ottobre staccano e tornano in Africa, dalle famiglie, dove possono godersi ciò che hanno guadagnato qui, e poi a febbraio rientrano e li assumiamo di nuovo. Non gli va male, no?
E non hanno problemi con le banche.
Le banche.

Perché un giorno sono usciti quei bandi della Regione e ho scoperto che davano dei contributi seri, a fondo perduto, e ho presentato un progetto mio. Per il recupero di un capannone che sul tetto ha ancora l’amianto, va bonificato e convertito al fotovoltaico. E per l’acquisto di un trattore, grosso, potente, 220 cavalli. E soprattutto per una serra di ottomila metri, che averla avuta quest’anno, con tutta l’acqua che è piovuta, ci avrebbe permesso di lavorare invece che starcene lì, a pregare con le piante che marcivano e l’impossibilità di entrare nei campi. Insomma un progetto importante, ambizioso, arrivato quinto in graduatoria, ultimo tra i finanziabili.

Mi darebbero circa il quaranta per cento dei soldi che servono, che sono tanti, ma gli altri come li trovo? Che poi vanno prima chiusi i lavori, entro giugno 2014, e soltanto dopo ti arriva il contributo. E io come faccio? Chi me li dà i quattrini per partire? Le banche, appunto. Che quando aprono spiragli, sul prestito, propongono tassi da capogiro.

È dura.
Che poi il periodo è questo, per noi è facile vendere ma riscuotere no, i soldi non girano. Serve un governo che si preoccupi dell’agricoltura, è assurdo importare dall’estero quando le aziende italiane chiudono.
È assurdo.
È tutta una fatica ma mai cambierei vita, dice Alessandro. Mai.

Anna gli stringe la mano e gli sorride, al suo fianco. Chissà se la pensa allo stesso modo. Chissà se lo immaginava così, fino in fondo. Bionda, bella, luminosa, ucraina, vive a Grosseto e studia Lettere a Firenze, l’ha conosciuto in discoteca a Punta Ala, un anno fa, una notte in cui Alessandro versione PR aveva pure bevuto, ma non per questo superava del tutto la sua timidezza. Andava a letto tardi, si alzava presto, non pensava alle banche ma in testa, in quelle mani, sapeva già cosa avrebbe fatto da grande. Adesso, tocca realizzarlo.

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